“Aiutini” per la mente, vietarli sarebbe immorale!

Ecco la bioetica che non t'aspetti. Controllare, proibire, limitare l'uso e l'abuso di farmaci, strumenti e conoscenze mediche per scopi che non siano potenzialmente curativi non è più il suo obiettivo.

Come interpretare altrimenti l'uscita di un esperto di bioetica, John Harris, professore dell'Institute for Science, Ethics and Innovation all'Università di Manchester, e capo editore del Journal of Medical Ethics, che liberalizzerebbe volentieri l'uso di sostanze create per curare disturbi fisici reali, per migliorare le prestazioni di soggetti sani che per definizione di farmaci e cure non avrebbero bisogno?

Sarebbe come dire che il doping è cosa buona e giusta.

Perché è proprio di doping che stiamo parlando. Doping mentale come quello che sta contagiando giovani e meno giovani in particolare negli Stati Uniti dove la competitività tra individui per la conquista del posto migliore in ogni ambito della vita scolastica e professionale è spinta al massimo, fino all'esasperazione.

Quanto il problema è concreto anche da noi lo stiamo però vedendo dagli appelli che vari esperti stanno lanciando in questi giorni di esami per i tanti studenti delle scuole medie e superiori che, messi sotto pressione, pensano sia meglio ricorrere all'aiuto di qualche stimolante più potente e pratico del solito caffé.

Ne abbiamo parlato in questo blog anche l'anno scorso proprio di questi tempi: la rincorsa alla pillola miracolosa che migliori le prestazioni mentali porta i giovani, italiani e inglesi a rovistare negli armadietti di casa in cerca dei farmaci prescritti al nonno con problemi di demenza o al fratellino un po' troppo iperattivo.

Farmaci prescritti per patologie, assunti da persone assolutamente sane che secondo gli esperti rischiano di non esserlo più.

L'uso senza controllo medico e smodato di queste sostanze è comunque imprevedibile e pericoloso, senza contare che l'effetto sperato di un incremento delle prestazioni mentali dove non c'è un deficit preesistente non è nemmeno garantito.

Ora però questo nuovo modo di vedere le cose da parte di un esperto.  "Le persone sane dovrebbero essere autorizzate a prendere farmaci come il Ritalin per accrescere il loro potenziale cognitivo" ha tuonato Harris "perché non è etico impedire l'utilizzo di un farmaco giudicato sicuro nei pazienti seppure per uno scopo ancora controverso come questo".

"Il Ritalin, ad esempio viene prescritto per l'iperattività nei giovani, ha detto, è sicuro e porta "benefici significativi  per la salute".
Secondo il professor Harris "le argomentazioni presentate finora contro questo farmaco non sono convincenti" e "la società tutta dovrebbe cominciare a prendere in considerazione l'ipotesi di permettere l'uso di sostanze per migliorare le performance cognitive". "Non c'è logica nell'essere contro il miglioramento del genere umano." ha detto "L'uomo stesso è il frutto di un processo di miglioramento continuo chiamato evoluzione"

Il fatto è che molte delle sostanze psicoattive utilizzate o utilizzabili a questo scopo hanno un meccanismo di funzionamento non del tutto noto. Il Ritalin fa parte dalla stessa famiglia di sostanze eccitanti come la cocaina e le anfetamine, e attiva parti del cervello coinvolte nella concentrazione, ma riduce anche irrequietezza nei pazienti agitati che risultano così più calmi. Anche Harris ammette che ad oggi non siamo in grado di dire esattamente come una stessa molecola possa avere effetti così contrastanti sul cervello, tuttavia ribadisce con forza che dal punto di vista etico non si può proibirle per migliorare le capacità cognitive dell'uomo. "Perché non impedire allora l'uso del caffè, o delle lezioni private con corsa al tutor più bravo e quindi più costoso prima dell'esame? Non sono forse vantaggi rispetto a chi non li usa?" chiede provocatoriamente il bioeticista.

Non che il mondo scientifico sia proprio tutto in disaccordo con lui. E infatti le ricerche su farmaci utilizzabili a questo scopo procedono spedite. Oltre al ritalin si stanno studiando il donepezil,solitamente impiegato nel trattamento della demenza e il modafinil,usato invece nella narcolessia, una patologia che porta chi ne soffre ad addormentarsi bruscamente e ripetutamente nel corso delle normali attività quotidiane.

Entrambi i farmaci potrebbero migliorare le prestazioni in attività altamente qualificate, in cui la concentrazione e la vigilanza sono prerequisiti fondamentali e infatti sono stati testati ad esempio nei piloti di aerei ed elicotteri in condizioni di volo simulato dopo deprivazione di sonno con buoni risultati.

Risultati come questi parrebbero insomma giocare a favore di Harris. Tuttavia, le parole usate nell'articolo del BMJ sono molto forti, come quando scrive che l'uso di farmaci psicoattivi per migliorare le capacità cognitive dovrebbe essere considerato come "una naturale estensione del processo di istruzione" o sollecita le Agenzie di regolamentazione dei farmaci "a valutare i rischi e i benefici in questo ambito nello stesso modo in cui si farebbe per qualsiasi altro trattamento medico."

Non tutti gli scienziati sono però disposti a sposare questa causa. In totale disaccordo con Harris c'è ad esempio, Anjan Chatterjee professore dell'Università della Pennsylvania il quale, sempre sul BMJ, ha replicato che "ci sono troppi rischi". Negli Stati Uniti, un farmaco come il Ritalin deve essere venduto recando sulle confezioni il "black box" di avviso per i gravi rischi per la salute che potrebbe comportare, tra cui l'elevata capacità di indurre dipendenza e quindi abuso, problemi cardiaci e morte improvvisa.

Chatterjee aggiunge, inoltre che "esiste un trade-off per cui si dovrebbe considerare anche che prendere il Ritalin può portare a una perdita di creatività". "Essere più pronto, attivo o risultare più intelligente non significa essere saggi" ricorda, sollevando la possibilità di dover poi assistere ad un "rincorso in massa al farmaco con bambini, studenti, piloti, medici ecc., imbottiti di pillole psicotrope per farli rendere di più".

"Il progresso comporta sempre dei rischi", afferma però il professor Harris. "Lo sviluppo dell'illuminazione artificiale sulle strade e negli spazi abitati ha portato al lavoro notturno che oggi costringe molti individui a lavorare quando gli altri dormono. Per fortuna nessuno si è sognato di vietarlo (in effetti sarebbe, ad esempio, impossibile essere assistiti se si sta male o si ha un incidente quando è già sceso il buio, ndB), ma sono state comunque introdotte disposizioni legislative per regolamentare l'orario di lavoro e i turni di riposo specifiche per chi lavoro di notte."
"Lo stesso potrebbe accadere anche per le sostanze chimiche da usarsi come stimolanti cognitivi", conclude.

Il dibattito è quindi aperto, ma c'è da esser certi che con una visione così "rivoluzionaria" e una tale veemenza nel sostenerla, Harris si farà presto tanti nuovi amici quanti nemici.

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