Arti marziali: capirci qualcosa – II

di Gianfranco Di Mare

Performance Engineer

Ogni disciplina marziale si ispira (o – a seconda dei casi – dice di ispirarsi) a tradizioni precedenti, ed è pronta ad esibire origini antiche e più o meno nobili. Nessuno, presentandovi la propria disciplina, vi dirà che si tratta di un insieme di tecniche assemblate da un singolo individuo allo scopo di creare una unicità ed una particolarità vendibile; ma spesso è proprio così.

In passato molti hanno guadagnato considerevoli quantità di denaro fondando nuove “scuole” di arti marziali e vendendone gli insegnamenti, soprattutto nei paesi occidentali; ci sono stati periodi (nei quali la passione e la voglia di avvicinarsi a quel mondo affascinante erano altissime) in cui un nuovo “maestro” era considerato, per gli appassionati, un’occasione da non perdere. Bruce Lee fu il capostipite (o comunque il protagonista più noto) di questi fenomeni commerciali.

Il punto, però, non è se quel certo maestro è capace di isegnarmi a picchiare tutti, ma piuttosto quello che la disciplina marziale può dare a ciascuno di noi, uomo o donna, adulto o ragazzo, atleta o sedentario.

Le scuole marziali veramente esoteriche non hanno carattere commerciale. Gli stessi monaci di Shaolin, forse l’espressione più nota del wu shu in occidente (ogni anno meta di pellegrinaggio da parte di migliaia di praticanti di arti marziali da tutto il mondo), vivono nella parte chiusa del monastero: gli istruttori che insegnano agli allievi esterni, nella palestra commerciale, sono i monaci più giovani, o quelli con meno voti; solo loro ricevono dal governo cinese il permesso di uscire dal Paese per fare esibizioni nel resto del mondo.

I Grandi Vecchi del monastero non li vede nessuno, e non insegnano a nessuno se non ai seminaristi (cioè ai giovani monaci buddisti).

In generale, più una tradizione si vanta di poteri particolari, di una grande potenza di combattimento, dell’invincibilità, di controllo dell’energia o di viaggi astrali, più è da valutare con cautela: i maestri davvero avanti nella ricerca interiore o nella gestione dell’energia solitamente non aprono palestre, se insegnano lo fanno ad un gruppo ristretto di allievi selezionati, e certamente non amano far propaganda di qualità esoteriche.

Fate attenzione. Meglio forse una disciplina dichiaratamente ginnica che un’accozzaglia di pseudoesoterismi e cerimoniali costruita ad hoc.

C’è stato un tempo, in Italia, in cui in palestra a fare arti marziali ci andava soprattutto chi voleva “menare”. Andava di moda il karate, ed era difficile trovare scuole di gong fu o di jujitsu. Pochi “illuminati” si ritrovavano nelle palestre di aikido, col loro strano abbigliamento. Il judo è stata una delle prime arti ad arrivare da noi, le palestre erano per lo più a Milano e Roma. Poi, col mito di Bruce Lee, è scoppiata la moda delle arti cinesi, e via con scuole di gong fu. Per distinguersi dalle scuole giapponesi molte di queste proponevano nei loro insegnamenti anche aspetti cerimoniali o più meditativi: calligrafia, cerimonia del the ecc.

Nel mondo delle arti marziali commerciali c’è stata molta… competizione, soprattutto quando, finito il boom, tutti i ragazzi che si erano “diplomati” ed avevano aperto a loro volta una palestra si sono trovati di fronte ad una drastica riduzione della domanda.

Per quanto riguarda l’Italia, oggi, esistono certamente scuole serie e meno serie. Non fatevi incantare dagli apparati cerimoniali (che vorrebbero evocare il misticismo e l’esoterismo della tradizione), dal curriculum del maestro (basta aver seguito una sola lezione con un certo maestro orientale per definirsi allievo di…, e le palestre italiane sono piene di campioni del mondo di questa o quella disciplina), dai racconti che in quella palestra si fanno sull’antichità di quella scuola o sull’esoterismo del maestro: è del tutto comprensibile che ogni allievo ami e sia portato a valorizzare la propria scuola.

Come tutte le cose, anche le arti marziali possono essere insegnate bene o male. Si deve comprendere che il titolare di un corso di arti marziali non offre generalmente alcuna garanzia: il fatto che stia lì ad insegnare non implica una particolare qualificazione del suo percorso marziale, della sua didattica, delle sue conoscenze pedagogiche, delle sue nozioni di fisiologia ed anatomia o del pronto soccorso… Nella maggior parte dei casi, il suo bagaglio di conoscenze se l’è costruito da solo.
Quali elementi abbiamo per discriminare la qualità di un insegnante e del suo insegnamento? L’impressione che ci fa il posto, l’impressione che ci fa lui come persona, il numero di iscritti al suo corso, l’ammontare della retta e dell’iscrizione, quanto si dice “sappia” combattere (?), e le impressioni raccolte da genitori ed iscritti, che a loro volta si sono formate attraverso gli stessi canali. Un po’ vaghi come punti di riferimento.

Un maestro di arti marziali, quando gli affidiamo nostro figlio, è come un medico: la maggior parte delle sue scelte, consigli, indicazioni sono al di fuori della nostra capacità di giudizio: dobbiamo fidarci. Soprattutto se nostro figlio è piccolo, quindi, dobbiamo usare bene gli elementi a nostra disposizione.
Se invece nostro figlio ha già sedici, diciassette anni, accertato che si tratti di un posto di gente seria e per bene, lasciamo pure che sia lui a decidere se quella palestra è valida o no: potrà sbagliare valutazione, naturalmente… ma questo, in fondo, è inevitabile in ogni campo della vita.

Nel prossimo post cercheremo di guardare ad alcune discipline marziali con occhio… psicomotorio, per vedere cosa possono offrirci.

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