Fini e Bersani sotto la lente dello psicofisionomo

“Fini seduce di più, Bersani rassicura ma rischia di annoiare. Si riassume così il confronto tra il presidente della Camera e il leader del Pd, andato in onda lunedì nella seconda puntata della discussa trasmissione di Fabio Fazio e Roberto Saviano, Vieni via con me.

L’analisi non ha nulla a che vedere con le idee o il programma politico sostenuto dai due leader. A renderla singolare e degna di nota in questo blog è il fatto che a farla è stato il professor Francesco Padrini, uno dei fondatori della Società di psicofisionomia integrata, viso corpo carattere.
Pur non entrando nel merito degli interventi“, dice, infatti, “il mio vuole essere piuttosto un tentativo di tratteggiare movenze e gesti dei due leader politici per cogliere la potenziale presa sui telespettatori“.

E, in effetti, il quadro che tratteggia per AdnKronos salute si limita all’atteggiamento assunto durante il loro intervento senza mai associarlo ai contenuti se non in termini generali, dando cioè per scontato che non stavano facendo la lista della spesa, ma il sunto dei principi in cui credono e si pensa investano molto.

Nell’elencare i valori della destra, Gianfranco Fini cerca di “coinvolgere la platea, la osserva da un estremo all’altro durante il suo discorso, legge poco perché, probabilmente, ha imparato a memoria il piccolo monologo sui valori della destra, e questo gli permette di guardare negli ‘occhi’ il pubblico che ha davanti.

Bersani legge di più, ha per più tempo il volto basso, rivolto al foglio che stringe tra le mani. Quando alza lo sguardo volge gli occhi davanti a sé, guarda leggermente verso l’alto”.
Il leader dei futuristi “ha più guizzi – spiega l’esperto – una maggiore mobilità, e anche i tratti del suo viso, decisamente allungati, lo aiutano. Contribuiscono infatti a dare l’impressione di un grande dinamismo mentale, una velocità di pensiero agevolata da una dialettica collaudata”.


E anche il fatto di osservare la platea intento a elencare i valori della sua parte politica, “è indice di una grande vitalità fluttuante – sottolinea l’esperto – che punta maggiormente sull’emotività e cerca di andare a sedurre il pubblico, coinvolgendo l’interlocutore quasi circuendolo. Ma che – avverte – può generare anche diffidenza, perché la dominanza comunicativa, a ben guardare, è anche caratteristica tipica degli abili venditori”.
Bersani è apparso invece “più statico – spiega Padrini – fermo nelle sue ragioni, ripetitivo e maggiormente strutturato”. Anche il fatto di guardare meno la platea rispetto a Fini, “comporta un minor coinvolgimento del pubblico – spiega lo psicofisionomo – una minore emotività che finisce per ridurre l’impatto” del suo monologo sui valori della sinistra. Non guardare negli ‘occhi’ “può inoltre dare la percezione della menzogna, perché è più semplice mentire rifugiando lo sguardo altrove”.
Il leader dei democratici è “apparso inoltre più inchiodato nelle sue ragioni – aggiunge – come se i valori della sua parte fossero prioritari e la possibilità di annoiare fosse del tutto secondaria. E’ come se lo si dovesse seguire, anziché trovarsi lui nella situazione di inseguire il pubblico”, ‘strategia’, questa, che appare decisamente più finiana. “Anche il fatto di volgere lo sguardo verso l’alto – conclude – è tipico di chi si rifugia nell’idealismo, nel pensiero. Il risultato è che potrebbe apparire al pubblico più rassicurante ma meno seduttivo, anche se lui, come lo stesso Fini – ricorda Padrini – è capace di grandi guizzi e di una seducente ironia”.

A parte che in analisi di questo tipo io prenderei sempre in considerazione anche l’atteggiamento che le persone hanno quando parlano colleghi e avversari. Soprattutto se sono leader politici, perché uno dei problemi principali che abbiamo in Italia è quello di veder i nostri governanti confrontarsi in maniera corretta quel tanto che basta per collaborare al progetto comune che è il benessere del Paese. Tuttavia, il primo dubbio che mi viene quando vedo un esperto avventurarsi nell’analisi di personaggi pubblici di cui non ha conoscenza personale ma solo indiretta e mediata da tv e giornali, è quanto l’analisi sia davvero esente dal pregiudizio. Padrini, in questo caso, doveva prendere in considerazione solo le movenze, gli sguardi. Ma alcune sue deduzioni sembrano confermare quanto tutti pensiamo già dei due leader.

Inoltre, ritengo che psicologi, psichiatri, ma anche i criminologi che in queste settimane vanno per la maggiore sui media, dovrebbero stare più attenti a fare questo tipo di analisi pubbliche di personaggi noti. In qualità di esperti le loro affermazioni potrebbero essere fraintese e arrivare agli occhi del pubblico come certezze, mentre invece sono solo supposizioni basate su dati statistici che lasciano sempre aperto il ragionevole dubbio trattandosi di persone. Prendiamo ad esempio l’affermazione “Non guardare negli ‘occhi’ può inoltre dare la percezione della menzogna, perché è più semplice mentire rifugiando lo sguardo altrove“. Possibile. Ma è talmente noto anche ai non esperti da sembrare uno stereotipo. Bisognerebbe precisare che non basta questo per decidere se uno mente o no. Ci sono persone bravissime che riescono a mentire guardandoti negli occhi. Ci sono persone che mentono tenendo a bada persino lo stato d’ansia che farebbe impennare i rilevatori dei parametri fisiologici della macchina della verità, motivo per cui questo strumento non viene preso in considerazione come prova di colpevolezza degli imputati nella maggior parte degli ordinamenti giuridici. Compreso il nostro.

È ovvio che gli esperti conoscono utilità e limiti delle loro analisi. Il pubblico però no. E darlo per scontato mi sembra scorretto nei confronti degli “analizzandi involontari”, ma anche del pubblico e perfino dei colleghi che considerano ancora principi imprescindibili della loro professione la conoscenza diretta delle persone di cui sondano aspetti psico-comportamentali e l’obbligo al segreto-professionale riguardo a quanto si deduce o ci viene riferito.  

Fonte: Adnkronos Salute

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