Francesco Giombarresi, "pittore-contadino e uomo astroso"

Nuova occasione per entrare nel mondo dell’arte outsider attraverso la vita e l’opera di uno dei suoi protagonisti più illustri. A proporla è stato il Dipartimento delle Arti Visive dell’Università di Bologna che per oggi aveva programmato nell’Aula Magna di Santa Cristina un incontro con Lorella Di Gregorio su Francesco Giombarresi, artista outsider siciliano, ma soprattutto “pittorecontadino” e “uomo astroso” secondo le sue stesse definizioni.

Colui a cui Picasso un giorno disse: “Io sono un grande pittore e dipingo grandi quadri, tu sei un grande pittore e dipingi quadri piccoli piccoli“. Colui che “Strappò con rabbia i colori dagli incubi della umana esistenza“.

Francesco Giombarresi nacque, infatti, a Vittoria (RG) nel 1930. Dalla sua storia emerge un’infanzia di stenti e difficoltà: la fame, il lavoro duro, i maltrattamenti. Tentò spesso la fuga, ma senza riuscire mai a liberarsi da quella realtà di patimenti e tribolazioni.

Poi si sposò – giovanissimo – e andò a vivere a Comiso, dove però non risolse i suoi problemi e rimase praticamente fino alla morte, avvenuta il 14 Febbraio 2007, all’età di 76 anni.
Anche da uomo fatto e nonostante diversi problemi di salute, continuò a lavorare duramente nei campi alternandovi, però, la passione per l’arte e la pittura, sue nuove e più funzionali vie di fuga. Il suo approccio con il pennello era da autodidatta non avendo frequentato scuole o maestri se non fino alla seconda elementare.

Cominciò a leggere e scrivere successivamente, lasciando anche testi scritti a memoria di quegli anni. Ma, se Francesco Giombarresi è uscito dall’anonimato come artista eclettico e geniale lo si deve soprattutto allo scrittore Leonardo Sciascia, che nel luglio del 1969 gli dedicò un articolo sul Corriere della Sera oggi riportato nel sito Ragusaonline.it

A prima vista, il suo caso sembra abbastanza chiaro e classificabile: – scrisse Sciascia – Francesco Giombarresi inventa macchine complicatissime, le disegna, le costruisce; lavora a un trattato di medicina; affolla di segni e di colori ogni pezzo di carta che si trova a portata della sua mano; crea un lessico adeguato alle cose che inventa, ai segni e ai colori di cui investe ogni carta; smodatamente ama farsi fotografare accanto alle sue macchine e alle sue pitture; dice sacrificata e tradita la sua vita, la sua umanità, il suo genio.


Poi, man mano che si entra nel labirinto delle sue invenzioni, dei suoi scritti, dei suoi piccoli e innumerevoli dipinti, il caso appare sempre più oscuro e sempre più sfugge alla prima classificazione.

Le sue dichiarazioni “disarticolate e indecifrabili” non appaiono tali a chi lo conosce bene e anche a chi, pur non conoscendolo e non sapendo nulla della sua vita “sacrificata, stancata, disavventurata, bastonata“, voglia coglierle come parole di poesia che restano suggestivamente sospese e baluginanti, vedi, – fa notare Sciascia -”quel “Dio creduto per mia stessa Natura”; “le cose che si incontrano a contradire la vita dell’uomo”; l’opere finite “alla Catastrofe e al fuoco per sistemi di rabbia e di contradizione nella loro vita”; la vita che resta esemplare nelle Scritture al disopra quella che contradice l’uomo e la stessa.
La scrittura, le scritture, parole che frequentemente cadono nel discorso di Giombarresi, e la seconda sempre con un che di religioso e solenne. La scrittura come strumento, le scritture come risultato. La sua pittura altro non è che una scrittura, la più autentica e coerente che sia riuscito a inventare contro i sistemi della rabbia e della contraddizione che da ogni parte lo assediano: e ne risultano le scritture, quelle cose vere e durevoli che sono gli innumerevoli piccoli dipinti a tempera in cui racconta il mondo, la sua vita, la vita della gente che gli sta intorno stupida e feroce, grottesca, stravolta e talvolta in un triste e blasfemo carnevale. Di fronte alle maschere e figure umane che Giombarresi dipinge, è facile pensare a Ensor; e particolarmente a quella famosa acquaforte dell’ Entrata di Gesù’ a Bruxelles nel martedì grasso del 1898. E che Giombarresi si trovi in mezzo al carnevale dell’antica contea di Modica che il suo conterraneo Serafino Amabile Guastella ha stupendamente descritto in un libro pochissimo noto: atroce carnevale degli istinti, dei rancori, violento e famelico, segnato dalla miseria e dalla morte. Che ci si trovi in mezzo traumaticamente, da uomo sereno, puro nel cuore e nella mente, candidamente compreso della propria dignità e della dignità di ogni cosa vivente, che d’improvviso vede tutto stravolgersi nella frode e nella violenza.

Dirgli che il suo trattato di medicina, le sue esperienze, le macchine che inventa e le sostanze che distilla, la sete di conoscenza e la sua ansietà per le sofferenze umane, sono incluse nella sua pittura, che nella pittura ha tutto tradotto, sperimentato e risolto, non serve“, spiega ancora Sciascia. “La mania coesiste con la poesia. Indifferentemente, Giombarresi può passare una notte a delirare di scienza o a dipingere con meravigliosa serenità e sicurezza. Perché è veramente pittore: e come sia arrivato ad avere una scienza così precisa ed armoniosa della pittura, un così indefettibile equilibrio è un mistero.

Un mistero che ora potrà quanto meno essere accarezzato con questa lezione e con le pagine online a lui dedicate. Vi segnalo in particolare: il sito ufficiale; la biografia su Osservatorio Outsider Art dell’università di Palermo; la pagina nella galleria di Ragusaonline.it; un testo tratto da La verginalità interminante di Giombarresi, il pittore contadino, a cura di Santo Calì e Vincenzo di Maria del 1970.
 

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