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Hamilton, un antidepressivo per farsi fuori dal ciclismo

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"Basta ciclismo: oggi si parla di me che lascio lo sport e della mia depressione".
Lapidaria, ma dovuta la confessione di Tyler Hamilton, il campione statunitense, secondo al Giro d'Italia 2002 vinto da Paolo Savoldelli, che ha annunciato di essere risultato nuovamente positivo ad un controllo antidoping e di voler comunque chiudere qui la sua carriera d'atleta.

Con questa dichiarazione la rubrica Sportivamente – pensieri e parole sullo sport, deve quindi tornare a parlare nuovamente di doping, ma con un piccolo distinguo: la vicenda di Hamilton ha degli aspetti che rimandano a una dimensione più umana degli atleti anche quando sbagliano come in questo caso e chiudono la carriera, o peggio la vita, schiacciati da qualcosa più dentro di loro che del mondo sportivo in cui vivono.

Perché è vero che Hamilton è un bel recidivo, ma c'è qualcosa che non torna in tutta questa vicenda.

Il 38enne americano finì, infatti, nelle maglie dell'antidoping per la prima volta nel 2004 ad Atene, dove la sua vittoria venne oscurata da una positività del suo campione "A" che non potendo essere confermata dalle controanalisi per cattiva conservazione del campione "B" non gli costò la medaglia.
La sanzione, pesante, arrivò comunque un mese dopo con una nuova positività. Risultato: squalifica di due anni, finita di scontare nel 2007. Nel frattempo il nome di Hamilton spuntò anche durante l'Operacion Puerto.

Adesso la nuova positività allo steroide DHEA che potrebbe costargli da otto anni di stop alla squalifica a vita quasi.

Giustamente, ovvio, ma questa notizia ha un significato differente dal semplice illecito sportivo. Si potrebbe infatti dire che non vale la pena di sprecare tempo e parole dietro un simile personaggio che sembra non aver imparato nulla, nonostante le punizioni, i colpi di fortuna e le seconde opportunità che gli sono state date in abbondanza.

Tuttavia, col suo ritiro Hamilton alza bandiera bianca non tanto verso la Giustizia che lo dovrà giudicare, a cui non chiede né sconti né pietà, quanto rispetto a se stesso e alla sua vita con tutti i suo problemi e questo non può che farmi riflettere.
"Ho preso un prodotto vietato – ha confidato Hamilton a Cyclingnews -, ora devo accettare qualsiasi sanzione mi venga data e andare avanti. Oggi si parla di me che lascio lo sport e della mia depressione".

"Non c'è nulla da combattere – ha detto poi all'Associated Press -. Si fanno errori nella vita e devo accettarne le conseguenze come un uomo".

Ma quale uomo è Hamilton oggi? Un uomo distrutto e non da ora per la scoperta della nuova positività. Lo era già quando ha "deciso" di prendere un antidepressivo, lo era quando ha "deciso" di scegliere un prodotto omeopatico, lo era quando lo ha "deciso" di ingoiarlo sapendo che dentro c'era la sostanza proibita, il DHEA.
È una positività assurda la sua. Sembra che abbia fatto di tutto per fare la cosa giusta per farsi del male, per annientarsi come sportivo ma anche come uomo. Una spinta distruttiva comune tra le persone depresse, ma inconscia e quindi non controllabile.

Come si fa a stare molto male e pensare che un prodotto omeopatico possa far stare meglio, per di più preso in fai-da-te e al bisogno a giudicare dalle dichiarazioni che ha rilasciato in questi giorni?

È uno sportivo di alto livello: dovrebbe sapere che se stava male gli sarebbe bastato andare da un medico per ricevere una cura che non rischiasse di farlo finire, come è poi accaduto, tra le braccia dell'antidoping, ma soprattutto più efficace e utile anche per la sua carriera, perché va da sé che correre e allenarsi quando si sta bene è un conto, farlo quando non si ha voglia di vivere un altro.
E poi assumere un prodotto contenente una sostanza come il DHEA, per lui che era già stato beccato altre volte voleva proprio dire "prendetemi, sono qui". Non poteva non sapere che lo avrebbero scoperto di nuovo positivo e squalificato a vita.

Era forse questo che inconsciamente voleva? Probabilmente sì, ma non perché ritenesse il ciclismo la causa della sua sofferenza.
Hamilton ha ammesso, infatti, di aver cominciato a prendere l'antidepressivo per combattere il momento difficile attraversato dopo il divorzio dalla moglie e la lotta della madre contro un cancro al seno, diagnosticatole nel settembre 2003. "Avrebbe dovuto essere l'anno migliore della mia vita" ha detto riferendosi alla vittoria in una tappa e al quarto posto nel Tour de France di quell'anno. Lo statunitense che in passato ha sempre negato di aver fatto uso di doping, stavolta ammette tutto. "Sapevo che conteneva una sostanza vietata" ha rivelato, spiegando di aver preso il prodotto un sabato e una domenica, per poi essere sottoposto il lunedì al controllo antidoping.

La sua mi sembra più una resa totale. E questo mi preoccupa molto più del fatto che sia ricorso ancora al doping. Non giudico e non condanno, perché penso che si stia già facendo abbastanza male da solo. Un consiglio però glielo vorrei dare.
Lui ora dice: "Il ciclismo è solo uno sport, quello che sto attraversando è molto più grande".

Giusto! Un problema grande ma non impossibile da risolvere, con le cure giuste e affidandosi a un esperto. Quindi Hamilton basta colpi di testa e basta gesti autodistruttivi.
La passione per cui hai vissuto finora te la sei giocata così (avrebbe dovuto correre la Vuelta Castilla y Leon, quella in cui Armstrong si fratturò la clavicola, ma diede forfeit per una bronchite e sarebbe dovuto tornare in sella all'inizio del mese in Portogallo, ma la Rock Racing, la sua ultima squadra, lo ha rimpiazzato all'ultimo fino all'addio definitivo di oggi, ndb), non giocarti anche la vita!

Quindi basta con le cure fai-da-te e vai da un buon terapeuta.

© Riproduzione riservata

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