Intervista a Renato Negro: il curling in Italia

di Gianfranco Di Mare

Performance Engineer
 

Renato Negro è la voce che ha spiegato il curling in TV agli italiani durante le dirette olimpiche da Torino. Suo l’ormai famoso tormentone “suggerisco agli amici a casa di provare con un foglio e una biro a indovinare quale sarà il prossimo tiro chiamato dallo skip”.


Giornalista, negli anni Novanta è Direttore Sportivo dell’Ice Hockey Club Draghi. Nel 1999 fonda il Draghi Curling Club. Dal giugno 2003 è responsabile del Curling per la FISG Piemonte.

Renato è certamente tra coloro che si adoperano di più per la diffusione e la promozione del curling nel nostro Paese. Gli abbiamo chiesto di darci il polso della situazione. Ne è nata una chiacchierata con spunti molto interessanti…

Renato, qualche parola sulla preparazione dei nostri per le Olimpiadi di Torino, oltre quello che già ci ha detto Joel Retornaz.


Guarda, so che i ragazzi – sia della squadra maschile che femminile – hanno fatto un percorso di preparazione psicologica specifica, seguiti da una psicologa del CONI. So anche che hanno usato una macchina molto interessante, che dà il feedback sugli stati d’animo analizzando il respiro dell’atleta. Hanno anche fatto ricorso a momenti di diade, di confronto sia individuale che di gruppo, per far emergere ogni possibile ruggine, ogni rospo, ogni eventuale problema relazionale tra loro.

Cosa pensi di Joel Retornaz?
Joel è un ragazzo molto più maturo dei suoi 22 anni. Ha avuto una famiglia molto attiva, che gli ha dato tanti stimoli, sono stati molto all’estero… Poi, visto che la madre era di Cembra, hanno continuato a fare le loro grandi cose in un posto un po’ sperduto. Sai, loro hanno questo megaranch in cui allevano cavalli… ed è una cosa fantastica, tu vedi proprio il sogno del ragazzino che leggeva Tex Willer, realizzato.

Quando hai conosciuto Joel Retornaz?
Me lo ricordo ancora al suo primo Trofeo Topolino… gli avevano dato una giacca a vento tre volte la sua misura, era anche buffo a vedersi. Sai, eravamo molto poveri, in Federazione avevano solo quella… Ma lui non è un ragazzo che si formalizza per queste cose.
Caratterialmente Joel è molto osservatore, ed ha la grande dote di ascoltare prima di parlare: una cosa che non hanno tutti. Si prende delle pause prima di rispondere, e si vede che elabora, che ti ascolta… quando li hanno eliminati, a Torino, l’ho coinvolto nel commento delle dirette, e lì ci siamo chiariti su una cosa che lui mi rimproverava di aver scritto. In effetti la mia critica alla sua entrata in squadra, inizialmente, era: bisogna aspettare l’amalgama, e soprattutto l’accettazione. In un gruppo di 35-40enni accettare che il leader sia un ventenne richiede inevitabilmente una conferma, e la qualità va dimostrata. Ciò che mancava allora era quello, ed io ho evidenziato il fatto che lui doveva sudare due volte più degli altri per dimostrare quanto era bravo, e per essere riconosciuto skip.

Ci sono grandi lotte per aspirare ai posti in squadra?
Be’ guarda, c’è da dire che una realtà piccola come il curling italiano non consente una vera selezione: Io mi sono trovato spesso, come dirigente, in difficoltà a comporre delle squadre, sia per un torneo all’estero che per una giornata di campionato: perché uno aveva la febbre, un altro aveva il compleanno della fidanzata…

Una situazione un po’ da… squadra parrochiale?
Il curling in Italia è assolutamente amatoriale, nella maniera più totale. Ci vorranno ancora molti anni perché le cose cambino. Ed io mi auguro che cambino, perché non è detto che questo momento di grossa popolarità, di facili entusiasmi, si concretizzi poi in qualcosa di importante per il movimento.

A quanto pare attualmente c’è un grosso entusiasmo tra i giovani. Leggendo i post del forum più frequentato ci sono addirittura ragazzi – che non hanno mai ancora toccato uno stone – che sognano di prepararsi per Vancouver 2010!
Sì, c’è questa mentalità strana… fino a qualche momento fa in molti pensavano addirittura che non esistesse una Nazionale italiana di curling, per cui i primi quattro che si mettevano insieme a giocare diventavano la Nazionale…
Non so come sia nata questa cosa, perché poi quando ci sei dentro invece ti rendi conto che è anzi difficile anche solo ambire ad entrare in questo giro; anche perché il gruppo nazionale è straprotetto.

Tu però continui nella tua opera di promozione…
Il mio grosso problema di essere a Torino, di promuovere il movimento per il nord-ovest, sta nel fatto che il cuore del curling italiano non capisce che se non si allarga, e non porta il curling anche al sud, non avrà un futuro. Io ho detto, anche in TV: il ghiaccio non è uno sport di montagna; il ghiaccio è odiato dai montanari, per il semplice fatto che hanno paura di tutto ciò che può portare via la gente dallo sci. Vedi, chi vive in montagna generalmente è in qualche modo legato allo sci: o sono maestri di sci, o hanno l’albergo, o hanno il terreno dove passa lo skilift… Lo sport del ghiaccio, in realtà, in montagna non l’hanno mai fatto nascere: è proprio straboicottato. Il ghiaccio è da città, per tutte le discipline: hockey, artistico, short track… e se è da città è anche da Palermo, da Pescara, da Roma. Del resto il curling dovrà passare inevitabilmente dalla grande città, se vuole diventare qualcos’altro…

…Ad esempio, da Torino…
È qui che arriviamo al punto dolens della questione: quando io mi sono dato da fare per far nascere il curling in Piemonte, ed a Torino in particolare, non sono stato ben visto. E all’inizio ero stupito: ma come, mi dicevo, io gli porto più movimento, più gradimento, più promozione, poi come giornalista posso aiutare tantissimo, sulla stampa, in TV… invece eravamo tutt’altro che amati.

Perché?
Le mie considerazioni (non conclusioni, io di conclusioni non ne traggo mai, anzi la partita è apertissima) sono di ambito strettamente economico. Mi spiego con un esempio: se il CONI manda dei soldi per una disciplina come il tennis, i contributi devono cadere a pioggia, da nord a sud, su tutti i club d’Italia. Quando invece il CONI manda dei soldi per il curling, questi soldi cadono sulle poche realtà oggi esistenti: dividere la torta non fa piacere a nessuno. Io l’ho capito strada facendo, inizialmente preso dall’entusiasmo non me ne rendevo conto.
Ma io sono ancora entusiasta, le critiche non mi interessano… ho solo preso atto della realtà. Mi ricordo il primo anno in cui ci siamo iscritti al campionato ufficiale, che siamo andati in trasferta a giocare… pensavo che andando là – dopo due anni che facevamo curling a casa nostra, tra di noi – saremmo stati almeno coccolati un po’, come la mascotte del campionato: tanto le perdevamo tutte, questo era sicuro… Nonostante questo, non eravamo ben accetti: l’accoglienza non era come ce l’aspettavamo.

E allora, cosa è successo?
Sono andato avanti con le mie forze, un po’ per gli appoggi degli enti locali, che qui ci sono sempre stati, e un po’ per la grossa possibilità che avevo di sfruttare l’effetto olimpico per promuovere il curling. Però tutti avevano una paura tremenda, perché il curling, anche a Salt Lake City nel 2002, è stato un dramma: poco visto, negli Stati Uniti, e pochissimo considerato, quando sembrava che con le Olimpiadi finalmente anche il curling avrebbe avuto grande visibilità. Ogni volta che finivano le Olimpiadi (1998 e 2002, nella breve storia del curling) ci si chiedeva “ma come mai il curling è dentro le Olimpiadi”? Naturalmente queste domande sono sempre stimolate da chi nelle Olimpiadi non c’è…

Certo. Ma il curling sembra uno spettacolo adatto alla TV, ancorché forse meno adatto alla cultura statunitense…
Infatti il curling è molto televisivo, mentre ad esempio l’hockey, televisivamente, a Torino è stato un disastro: perché le partite in TV non si seguono bene. E guarda che io arrivo dall’hockey, quindi ho grande sensibilità nel seguirlo; ma se mi immedesimo mi rendo conto delle difficoltà: il disco non lo vedi, in TV. È difficile anche fare la regia. In America, dove a vedere una partita di hockey vanno 30.000, 40.000 persone, se ne sono accorti, e hanno messo praticamente un magnete dentro al disco: quando si tira in porta si attiva un effetto speciale elettronico per cui sullo schermo il disco appare con la coda, come una cometa.

Dunque, che prospettive vedi per il curling in Italia?
Mah… nei giorni caldi di Torino molti politici ad esempio mi hanno espresso il desiderio di attivarsi per promuovere nuovi impianti in Piemonte. Io lascio tutta la politica in mano alla Federazione: continuerò a dare quello che ho sempre dato, cioè il mio lavoro e la mia disponibilità… gratis.

Cioe?!
Eh sì, perché se nel curling chiedi alla gente 50 lire per contribuire a pagare il ghiaccio ti dicono “grazie, vado a giovare a tennis, lì ho gli amici…”. Perché sai, il ghiaccio costa: il palazzetto di Pinerolo (non quello delle competizioni olimpiche, quello piccolo da riscaldamento, con tre piste, che speriamo resti) costa ogni bimestre 11.000 € solo di energia elettrica.
Un nuovo impianto, dovunque costruito, non tirerà su un soldo: è pressoché inevitabile che debba contare solo sui finanziamenti, pubblici o privati.

E quindi come ti muovi, concretamente?
Io a chi vuole avvicinarsi al curling propongo un corso di base di tre incontri, completamente gratuito. In questo modo le persone hanno la possibilità di capire veramente cos’è il gioco, e decidere se è quello che vogliono continuare a fare o no. Se rimangono, vengono tesserati per la Federazione (serve ad esempio la copertura assicurativa) e, gradualmente, coinvolti nelle attività: se abbiamo delle ore di ghiaccio da pagare, si divide tra tutti, me compreso. Più siamo, meno paghiamo.

E per gli agonisti, come funziona?
Ovviamente le trasferte e i tornei sono a carico di chi parte… Due settimane fa siamo andati in Svizzera, e ci siamo pagati torneo, viaggio ed albergo. Sì, di solito i tornei costano. Io invece organizzo tutti gli anni il Torneo del Mediterraneo, e non faccio pagare l’iscrizione. I premi vengono offerti dall’Assessorato allo Sport, noi paghiamo il mancato guadagno della pista, che in quell’occasione viene ovviamente chiusa al pubblico. Ma capisco che questi ragazzi già si pagano la trasferta dalla Francia, dalla Spagna… va bene così. Per ora la realtà è quella.

E per le attrezzature?
Ah… il materiale, poi, non basta mai: noi dobbiamo acquistare tutto dal Canada… se obblighi uno appena arrivato a comprarsi tutto, compresa scopa e scarpe… non ci viene nessuno.

A quali spese va incontro quindi un club come il tuo?
A parte le 16 stone che un club deve avere (che costano 900 € l’una), le scarpe possono costare 100 €, e una scopa discreta 70-80 €. Le solette, da montare sulle normali scarpe da tennis, costano invece sui 20-25 €: quelle le uso per i principianti.

Quindi l’investimento iniziale è stato enorme…
La Federazione ha delle stone che può dare in comodato d’uso, e questo aiuta certamente ad avviare l’attività. Noi abbiamo iniziato con le stone che mi ha prestato la Federazione, altrimenti non puoi partire.

La ricerca sui nuovi materiali potrebbe rendere più accessibile l’acquisto delle stone?
I ragazzini all’estero già usano delle stone sintetiche, che pesano dieci chili circa… ma appena possono usare quelle standard non ne vogliono più sapere, ovviamente! In Italia non sono mai arrivate, perché ci siamo resi conto che non vengono utilizzate: non c’è poi difficoltà a lanciare uno stone da adulti.
Comunque c’è tutto un mercato dell’usato, soprattutto nella Svizzera tedesca, dove hanno molti club e curling center con un alto ricambio. Le cambiano per estetica, ed anche perché poi diventano un po’ usurate. Ma il principiante (a differenza dell’agonista, che poi diventa maniaco…) non se ne accorge neanche. Puoi comprarne un gioco completo a 100 € l’una. Le compri senza manico, ma poi il manico lo compri (sempre dal Canada) per 20 €.

E per la ricerca?
Per quanto riguarda la proposta di nuovi materiali, il problema è anche l’accettazione da parte dei soloni della World Curling Federation: naturalmente loro hanno interesse a mantenere il monopolio della materia prima in Scozia, dove tutto è nato. Se una nuova proposta non passa dalla WCF (ed è comunque difficile farla passare), non sarà utilizzata da nessuna parte.
Il granito di Ailsa Craig, il materiale correntemente utilizzato per gli stone, tra le sue eccellenti qualità ha anche la prerogativa di assumere e mantenere la stessa temperatura del ghiaccio, cinque gradi sotto zero: uno stone che tende a scaldarsi crea un effetto di frenata.

Niente da fare, quindi?
La Alpine, una ditta americana, ha proposto un nuovo materiale ceramico, che pare sia eccellente sotto tutti i punti di vista. Secondo me le resistenze a questa proposta sono di carattere prettamente politico: a quel punto puoi fabbricare gli stone a Bari come a Capodimonte, come a Saigon… Finora il potere mondiale del curling è stato in mano al mondo che ne deteneva anche la materia prima. Ma Ailsa Craig ormai è a zero… anche perché i pignoli del curling non prelevano dei blocchi da cui ricavare un singolo stone, ma prendono un blocco grande da cui ricavare l’intero set da 16, per avere più omogeneità tra i pezzi.

Dunque a tuo parere la promozione possibile si riduce a qualche corso gratuito qua e là?
Guarda, io sto portando avanti da due anni un progetto molto interessante, in collaborazione con l’Ambasciata del Camerun: sto lavorando con un gruppo di ragazzi del Camerun, tutti universitari qua a Torino e tutti già atleti. Ho avvicinato questi ragazzi al curling con un anno di corso molto intenso, tutti i giorni. Poi li ho introdotti all’attività agonistica a buon livello. Sono due squadre maschili ed una femminile, che vanno molto bene. L’obbiettivo era di portarli alle Universiadi, che saranno qui a Torino a gennaio 2007. Loro gareggerebbero come nazionale camerunese, e sarebbe l’unica rappresentativa africana.

Sembra un’idea geniale…
È un progetto serio, non come altre strumentalizzazioni di atleti di colore negli sport del ghiaccio… Purtroppo però non è cosa facile: la Federazione Mondiale ha storto il muso, richiedendo l’esistenza di una Federazione camerunese, che però non viene riconosciuta perché in Camerun non c’è neanche un impianto di ghiaccio. Purtroppo è stato inutile far notare loro che in Jamaica non ci sono piste da bob [ride]… Del resto si potrebbe creare un impianto ad hoc in Camerun, ma la lentezza burocratica lì è stupefacente… forse non avverrà mai.

Grazie Renato per il tempo che ci hai concesso. Promettici che se il progetto Nazionale Camerun avrà un seguito saremo i primi a saperlo!
Contateci!

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