Jovanotti “canta” Mozart

Affascinato dalla figura di Mozart, l'enfant prodige di Salisburgo che a soli 5 anni già compone, a 6 si esibisce al cospetto dell'imperatrice d'Austria, a 11 ha prodotto oltre cento composizioni e a 35, quando muore, lascia 626 opere, un altro prodige, magari solo un po' meno enfant, Lorenzo Cherubini in arte Jovanotti si è gettato a capofitto nell'ascolto della sua straordinaria musica, nelle biografie e nei saggi critici e soprattutto nelle centinaia di lettere scritte dallo stesso Mozart, per afferrare il segreto di quella musica.

È nato così quello che  in tutto e per tutto un libretto d'opera. Perché l'ultima fatica del ragazzo fortunato, La parrucca di Mozart (Super ET, 2009), è proprio questo. Ma non solo.

Si tratta, infatti, di un racconto appassionato, ironico, gioioso, a tratti melanconico, della breve ma intensa esistenza di Mozart, che lo scrittore Alessandro Baricco ha definito come «un sorprendente, delizioso libro da ballare».

Il Mozart di Cherubini è il musicista che scrive lettere un po' morbose e scostumate firmate Cavalier Coda di Porco, ma che con le sue note riesce a toccare come nessuno le gioie e i vuoti dell'esistenzahai messo l'universo dei suoni nelle mie vene ma dimmi dimmi dimmi dimmi se mi vuoi bene»); è un artista tanto sicuro della sua arte quanto dispettoso e impertinente del potere («son l'imperatore di segni su spartiti che hanno poco potere ma sono assai forzuti…

sono uno che compone… governo… l'emozione»); un Mozart che starebbe bene tra i personaggi del suo Flauto magico in un'invenzione carnevalesca e surreale che tutto mette a soqquadro.

«Io sono piccolo come una pupilla
inafferrabile come una scintilla…
Io sono mobile come un tergicristallo
e sono debole senza piedistallo,
ma il mio cuore galoppa più forte di un cavallo…

io sono il mondo
io suono il mondo…»

Con parole che fanno pensare, con canzoni in rima che fanno ballare, con disegni che fanno immaginare, Lorenzo Cherubini regala a lettori grandi e piccini un incontro insolito e fascinoso con la musica del maestro austriaco, «convinto che nella musica ci sia una chiave per innamorarsi del mondo», perché La parrucca di Mozart è soprattutto un omaggio al grande compositore austriaco di cui Jovanotti ha firmato testi, canzoni e pure disegni.

A fare i complimenti a Jovanotti non c'è però solo Baricco ed è lui stesso a dirlo.  «Una cosa che mi ha fatto molto piacere è che Daniel Harding abbia scritto la prefazione a questo mio libretto d'opera. – spiega, infatti, lo stesso Autore, presentando in esclusiva per  il frutto del suo insolito lavoro – Noi musicisti pop ci sentiamo sempre degli imbucati quando si tratta di vera musica, è un complesso di inferiorità che in altri paesi non esiste, ma qui da noi per il fatto che l'opera riveste una parte così sostanziosa della nostra identità nazionale tutta l'altra musica è un po' meno musica e tutto l'altro teatro è un po' meno teatro.

Daniel Harding è il più importante direttore d'orchestra mondiale della nuova generazione e il fatto che gli sia piaciuto questo libretto dedicato al più grande mito in assoluto della musica di tutti tempi per me è davvero gratificante. Non ci avrei mai sperato.»

«L'ho scritto per un pugno di bambini che dovevano portarlo in scena e ora che lo vedo qui stampato con i disegni a colori che ho realizzato mi piace, perché ha una freschezza e una gioiosa devozione che non so nemmeno io come siano uscite fuori. Forse è lo spirito del genio di Salisburgo che ha voluto bene alle intenzioni con le quali ho approcciato questo lavoro, che sono quelle di uno che voleva far giocare dei bambini lasciandogli dentro però un'emozione vera. Io non credo più di tanto nelle opere di "divulgazione", credo invece nella forza del desiderio e il desiderio nasce sempre da un certo mistero. Non mi piace questo modo di oggi, per esempio, di fare i musei, dove ti spiegano tutto. Io non voglio sapere niente, voglio solo vedere e poi magari scatta l'innamoramento e mi ci butto dentro, ma solo dopo, senza mediazioni, senza filtri. È l'emozione la chiave della conoscenza, di ogni conoscenza, in fondo una conoscenza che non sia anche emotiva è quasi inutile.»

«Nel tempo che abbiamo di fronte, che è un tempo digitale, penso sia molto importante cercare un equilibrio attraverso il recupero e la reinterprezione del senso del tempo e dello spazio e in questo le "performing arts" in generale sono lo strumento più adatto e magari il più sano. Per questo credo nella scrittura di opere che possano essere lette e ascoltate in solitaria ma che possano anche essere portate in scena, in ambiti diversi dai circuiti di fama e successo, per scopi puramente celebrativi della vita e della creazione di cose da fare insieme. I bambini hanno bisogno di questo, e pure i genitori, ma senza enfasi, senza pensarsi paladini di chissà che o partigiani contro la cultura dominante. La cultura dominante va benissimo e non è in contraddizione con piccole esperienze di costruzione o decostruzione del "sè". Si tratta solo di creare reti narrative, in modo da raccontare prima di tutto a noi stessi una storia nuova».

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