La follia di Sgarbi che ammucchia senza distinguere e impressiona senza commuovere

"Neanche se avessi cento lingue e cento bocche
e una voce di ferro potrei enumerare tutte le forme dei pazzi,
passar in rassegna tutti i nomi assunti dalla pazzia".

Inizia con questa citazione di Virgilio la critica della mostra ideata da Vittorio Sgarbi, Arte, genio e follia, che Exibart.com ha pubblicato a ieri firma di Chiara Sacchini.

Quasi a mettere subito in chiaro che il rapporto tra genio e follia è inconoscibile, proprio perché la follia assume infinite forme al pari della genialità, la quale "non è appannaggio esclusivo dei cosiddetti "normali", ma è equamente distribuita, come la follia".
Insomma, per Sacchini, in questa enorme macchina espositiva senese, "Sgarbi propone senza risolvere, ammucchia senza distinguere, impressiona senza commuovere", e trasforma "il romantico binomio "genio e sregolatezza" in un ben più inquietante "creatività e malattia"".

Che sia questo a infastidire un po' Sacchini? Lei in realtà, punta molto sull'accozzaglia di materiale messo insieme, spesso forzatamente, per spiegare un rapporto tra arte, genio e follia che in realtà alla fine non risolve.  "Due millenni dopo – scrive infatti Sacchini riferendosi alla conclusione di Virgilio – ci prova Sgarbi, che tenta l'impresa di registrare, in un'affollatissima mostra, tutte le forme che la follia ha assunto in seno alla storia dell'arte – e non solo -, cercando di creare un trait d'union con la genialità che accompagna e fonda ogni creazione di valore.

Partendo dal motto "tutta l'arte non è essa stessa che una patologia", Sgarbi imbastisce un florilegio di opere e oggetti chiamati a penetrare la materia, in una diagonale che parte dal punto di vista scientifico, clinico, attraversa quello storiografico e si esplicita in quello artistico."

Sacchini coglie e apprezza il tentativo di dimostrare che la genialità puoi trovarla anche là dove meno te lo aspetti.
"Se in latino il termine che dà origine alla parola "follia" significa testa vuota, – ammette Sacchini – ci si accorge di come invece la mente e l'immaginario dei folli siano tutt'altro che privi di paesaggi interiori e intuizioni: l'art des fous è estranea alle regole dell'arte ufficiale, è spontaneità che nasce dall'ossessione o dal delirio, non addomesticata o, comunque, disciplinata da regole proprie, che viaggiano su binari della déraison.

L'autodidattismo e la forzata emarginazione dal mondo, in alcuni casi la cattività, hanno permesso al "genio", laddove presente, di emergere e trovare una legittimazione, quando non addirittura una consacrazione. Come nel caso dell'Art Brut teorizzata da Dubuffet, la cui collezione è esposta a Siena in larga parte, o di Luciano Ligabue, a cui è dedicata una bella sezione."

Tuttavia, non comprende o non approva l'eccesso, la sovrabbondanza di opere e dati.
"Le dieci suddivisioni tematiche sono un eccesso che confonde le idee più che chiarirle. Ognuna quasi a sé stante, tentano di esaurire l'argomento, ma nella prima sezione ci si trova di fronte a un'esposizione documentaria della malattia e dei rimedi che nel tempo si sono susseguiti; segue una prolissità di disegni e manufatti di "malati" che vanno a formare tante piccole personali; lavori marginali di Van Gogh e Otto Dix nella parte centrale…"

Sacchini contesta poi l'eccessiva tendenza a voler piegare opere, artisti e movimenti culturali al servizio del tema della mostra.
Riferendosi alla sezione dedicata alla guerra giustificata in termini di "follia collettiva", dice che in essa "si confondono le logiche e le origini con gli effetti , infarcita dei nomi di Grosz, Mario Mafai, Guttuso, con lavori piegati all'utilità immediata o auspicata." E rispetto alle opere surrealiste surrealismo presenti sostiene che difficilmente si riesce a comprenderne l'inserimento in Arte, genio e follia: "inconscio e follia non sono realtà necessariamente tangenti, disegno automatico e malattia mentale non vanno a braccetto. Si fa una gran confusione – perché si pretende di inserirli a forza nello stesso discorso – fra la rappresentazione metaforica della follia e le patologie presentate nude e crude attraverso la violenza di lavori inevitabilmente maniacali."

Ribadendo poi il fatto che spesso scelte più consone al tema vengano inutilmente sacrificate per questi eccessi e forzature come quando dice che "L'occasione di fare un parallelo tra i busti del tormentato Franz Xaver Messerschmidt e le fotografie di Arnulf Rainer a essi dichiaratamente ispirate viene mancata, in favore dell'ultima sezione della mostra, in cui il Wiener Aktionismus viene assurto tout court a forma di follia contemporanea. L'odierna brutalità culturale e la violenza nella società hanno aspetti ben più folli di quelli messi in atto da Günter Brus e soci, che si automutilavano in azioni dal carattere mistico e dall'accentuata connotazione vitale."

In definitiva, "Tanti anelli che non s'intrecciano, in una rassegna globalizzante di piani e strati disgiunti, in un'atmosfera viziata dalla forzosa rispondenza a un tema di cui, in fondo, non si svela nulla di nuovo. Chi nella penombra inventa parole e linguaggi lo fa per esigenza "fisiologica", e vale per tutti, senza categorizzazioni. La genialità non è appannaggio esclusivo dei cosiddetti "normali", ma è equamente distribuita, come la follia. Lo insegna Erasmo da Rotterdam."

Non so se l'obiettivo di Sgarbi fosse realmente quello di spiegare ed esaurire il rapporto tra arte, genio e follia, ma se una mostra del genere l'avessi dovuta progettare io, di sicuro non mi sarei mossa in questa direzione che allo stato attuale porterebbe comunque alle stesse conclusioni di Virgilio.
Si tratta di un rapporto complesso che non ha nemmeno troppi tentativi precedenti di analisi. O meglio, ne ha tanti, ma tutti viziati dall'idea di malattia mentale che si aveva nel momento in cui venivano fatti, tanto che la creatività e ancora di più la genialità nella follia sono state negate, represse,ostacolate, ma poi anche osannate in nome di quell'ideale romantico di "genio e sregolatezza" che sta a cuore a Sacchini.
Non ho ancora visto Arte, genio e follia, perciò preferisco fare solo delle considerazioni e delle ipotesi su quelle che sono le mie sensazione riguardo ciò che so della mostra e della malattia mentale.

In effetti 400 opere sono tante, anche io mi sono chiesta quanto un visitatore potesse riuscire a mantenere viva l'attenzione per apprezzare così tanto materiale. D'altra parte il rapporto è molto complesso e le opere in cui è presente sono davvero molte: come scegliere quale sacrificare?
Una parziale risposta mi è venuta proprio leggendo la critica di Sacchini. Il senso di soffocamento e fastidio per l'eccesso di materiale che traspare dal suo articolo, mi ha fatto venire in mente quello che riferiscono molti pazienti rispetto al contenuto della loro mente. Lo stesso senso di soffocamento per pensieri, idee, parole e ragionamenti che si ha la sensazione di non poter né fermare né controllare. Spesso i pazienti con disturbi mentali, anche quelli più gravi che non hanno coscienza di soffrire di una malattia, ai loro curanti dicono di volere "solo un momento di pace", di silenzio ristoratore. Non chiedono la guarigione, ma un momento di riposo, come se nemmeno il riposo notturno riuscisse a liberarli da questa accozzaglia di dati che li investe continuamente, quasi che la loro vita fosse diventata una veglia perenne ma anche  incubo continuo visto il contenuto dei pensieri.

Non posso dire che questo effetto, se c'è, sia stato cercato dai curatori, ma senz'altro Sacchini e gli altri visitatori, in un simile "florilegio di opere" possono provare quello che i malati (non solo i geniali) provano tutti i giorni, col vantaggio però di sapere quando tutto avrà un termine e di essere liberi di abbandonare la mostra all'occorrenza . Il "folle", invece, sta ancora più male proprio perché non vede l'uscita, la possibilità di cadere in questo "sonno ristoratore" da cui poi potersi svegliare riposati.

In questo senso di sovrapposizione tra la frenetica attività mentale della veglia che irrompe nel tempo del sonno e la vita onirica con il suo linguaggio astratto e metaforico che irrompe in quello della veglia, può starci anche il surrealismo. Non tanto perché i surrealisti fossero necessariamente geni e folli, ma per la capacità di portare la vita onirica fuori dal tempo del sonno e dentro la vita reale che hanno dimostrato di avere.

Ma questo, dovrebbe appunto far pensare che coscientemente i curatori di Arte, genio e follia volessero non tanto spiegare la relazione tra genialità e follia esistente nell'arte, ma farla direttamente sperimentare.
Un approccio che sarebbe molto "ericksoniano" se mi passate il termine mutuato dal tipo di psicoterapia che utilizzo (la psicoterapia ipnotica di Milton Ericsson, come si può leggere anche nel mio profilo), ma sulla cui intenzionalità non posso invece giurare.

Forse a me sembrava più "eccessiva e disturbante" la presenza dei vecchi strumenti utilizzati in passato negli ospedali psichiatrici, ma è ovvio che era indispensabile per far anche solo intuire al visitatore come le opere di certi artisti o pazienti che hanno conosciuto il lato più oscuro della follia – ma anche della cura – siano in realtà veri e propri "fiori usciti dal cemento", da cui l'immagine in alto, tratta da flickr.com

Quindi magari Arte, genio e follia, davvero "propone senza risolvere e ammucchia senza distinguere", ma mi riesce difficile pensare che non impressioni e commuova almeno un po'.

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