La melanconia come saudade per Gino Paoli

Il 21 gennaio scorso, all'Auditorium del Parco della Musica di Roma, ha festeggiato i suoi primi 50 anni di carriera artistica, pubblicando per l'occasione Storie, un nuovo album di inediti. Gino Paoli ha scritto senza dubbio un bel pezzo della storia della musica italiana, basta ricordare brani come La gatta, Senza fine, Sapore di sale, Il cielo in una stanza, Quattro amici, ma ieri sera ospite della trasmissione di Fabio Fazio Che tempo che fa per presentare alcuni brani del suo memorabile repertorio e del nuovo, ha parlato anche di melanconia.

Citando un ricordo d'infanzia più volte menzionato dal cantautore genovese, Fazio gli ha chiesto cosa fosse per lui la malinconia e come mai in passato l'avesse accostata al termine brasiliano saudade, che indica una tensione (positiva) verso qualcosa.

Paoli ha quindi spiegato che l'accostamento tra queste due parole in apparenza antitetiche, lo ha fatto la prima volta quando gli fu chiesto di partecipare a una conferenza sul tema della "melanconia in musica".

L'intervento che fece, "spezzando una lancia in favore della melanconia, almeno per l'artista" è poi diventato parte del libro a cura di Vittorio Volterra Melancolia e musica. Creatività e sofferenza mentale (Franco Angeli, 2002).
Nel capitolo "La malinconia e il gioco della vita", Gino Paoli racconta infatti che cos'è per lui, in quanto artista, la malinconia e penso che valga la pena riproporvelo qui integralmente."Penso che l'unica possibilità che ho di dare un apporto a questo discorso sia quello di parlare della malinconia come di un elemento personale, e di parlare dell'influenza e degli effetti che questa ha sulla mia persona.

non sulla mia persona in quanto Gino Paoli, ma sulla mia persona in quanto artista creativo, cioè una persona che agisce, fa qualcosa, produce.

Partirei da una cosa che mi è sembrata molto evidente. Spesso la gente considera l'intensità malinconica, e la stupidità o la vuotezza allegra. Da qui io vorrei partire per spezzare una lancia a favore della malinconia.
Malinconia viene da melos che vuole dire "nero", e da cole che vuol dire "bile", e in questo senso assume un connotato piuttosto "pesante": fa pensare all'ipocondria, alla tristezza, alla depressione e, proprio per questo, può essere oggetto di studio.

Io amo molto le parole; sono il mio mestiere, sono gli attrezzi con cui lavoro; le amo molto e le rispetto molto. Tento di capire sempre con precisione le parole, cercandone l'origine e il significato. Devo riconoscere, però, che spesso certe parole diventano nel linguaggio comune qualcosa di diverso da quello che erano nella loro precisione etimologica e semantica.
 
Io credo che parlando di malinconia bisognerebbe cercare di capire la differenza fra "essere malinconico" e "avere la malinconia", poiché sono due espressioni che si utilizzano nei linguaggio comune continuamente.
La malinconia tradotta in spleen, tengo saudade. Per esempio, in Brasile si dice: "Tengo saudade" per dire che ho voglia di vederti. Usando la parola saudade, la malinconia esprime una sorta di tensione, una voglia, Del resto ciò accade anche nei dialetti. Mi ricordo mia madre, che è veneta, quando mi diceva: "Te verria miga la malinconia de combinar qualcossa" per dire: "Avrai mica l'intenzione di combinare qualche cosa", dando al termine malinconia un significato evocativo, diverso da quello etimologico, semantico, scientifico.
La mia idea di malinconia ha molto a che fare con il male di vivere; è una specie di tensione. Potrei parlare di Kierkegaard, ma non lo faccio perché è troppo scientifico. Voglio invece esprimere un'angoscia, un'angoscia positiva, una tensione a fare qualcosa, una tensione a produrre. In questo senso la intendo come un elemento di partenza; non come un elemento da curare, ma come uno stimolo a fare. Credo che la malinconia si possa curare con la musica, la letteratura, l'umorismo, e che possa essere combattuta con questi mezzi.

È da notare, inoltre, un gioco abbastanza divertente: melos vuol dire "nero", ma anche "musica". Io vedrei, quindi, come medicina la musica, l'umorismo, la letteratura. In fondo, il malinconico è spesso rappresentato con uno sguardo pensoso, sperso nel vuoto, il volto appoggiato alla mano, di solito con un libro nell'altra mano, come a significare che questo sia il rimedio. Forse non è il rimedio, ma sicuramente lo è lo stimolo a leggere, a produrre, a creare. Per me la malinconia è una maniera di essere vivo e s'identifica col gioco della vita.

La malinconia, infatti, si differenzia dalla tristezza per il fatto che in uno stato di tristezza, in fondo, non si ha niente da dire. La malinconia invece è uno stato in cui si hanno molte cose da dire e da conoscere, e se anche le cose dette non servono a nulla, si ha ugualmente il desiderio di esprimere quello stato; è una specie di eroismo. In fondo l'arte (o la vita) è una specie di eroismo. Non ho mai pensato però che l'eroismo possa portare a compiere qualcosa di utile; ho sempre pensato che l'eroismo sia il coraggio di compiere qualcosa che è solitamente inutile. È il destino del gioco della vita che si sta compiendo; qualcosa che è assolutamente inutile, ma si compie lo stesso perché questo è il gioco.

Vorrei ora fare delle altre osservazioni marginali che forse non saranno pertinenti, ma che mi sembrano giuste, sull'umorismo. Non ho mai conosciuto un comico che non fosse malinconico, che non avesse per ingrediente principale la malinconia. Allora cos'è la malinconia? Il ridere? No, ridere senz'altro no. L'allegria? Neppure. Ma il sorridere forse sì, un sorridere dell'inutilità negativa, dell'inutilità come atto gratuito, come fatto essenziale del vivere. Del resto anche l'ingrediente principale del pagliaccio è la malinconia; non ho mai potuto pensare a un pagliaccio che non avesse come elemento dominante, o per lo meno come ingrediente, la malinconia.

La malinconia è pensare. È in questo senso che ci sono due maniere tutto sommato di vivere: quella di vivere subendo il vortice che avviene intorno, facendosi prendere totalmente e non pensando mai, oppure vivere pensando. Io credo che, spesso, la malinconia sia il pensare semplicemente, avere coscienza dell'inutilità di questo gioco e dell'utilità di essere comunque creativo.

La mia tesi è dovuta a un lato essenziale del mio carattere, quello di cercare sempre la corda attiva nelle cose; si chiama anche ottimismo, certe volte, anche se, più che ottimismo, lo definirei pessimismo allegro.

Credo sia importante il mio agire nella malinconia; vedo lo stimolo, la voglia di fare; è una tensione unita alla coscienza dell'impossibilità di uscirne. Ma questo gioco l'ho imparato definitivamente ed è venuto il momento di finirlo perché mi sembra sia un gioco molto malinconico."

La raccolta di saggi di Volterra è però tutta molto interessante per chi ama scoprire i collegamenti tra arte e psiche perché propone, da vari punti di vista, un'analisi della relazione che nella storia dell'uomo ha collegato melanconia e musica e fornisce spunti di riflessione e di ricerca su emozioni e sentimenti, conosciuti e condivisi da tutti al di là delle differenze individuali e culturali.

"Per vie enigmatiche la musica parla all'anima" e l'anima ha bisogno della musica". La musica ha quindi poteri speciali e misteriosi sullo spirito, in quanto riesce a modificare il nostro stato affettivo e a creare un legame universale tra le persone. Allo stesso modo è noto da sempre lo stretto rapporto tra depressione e creatività, tra la necessità sofferta del compositore di esprimersi attraverso i suoni e la com-passione che afferra e compenetra l'ascoltatore della sua musica.

Melanconia e musica offre quindi una descrizione degli influssi suscitati dal congiungersi della musica con la melanconia, termine che, come è noto e ha dimostrato anche l'intervento di Paoli, ha avuto, nel corso del tempo, connotazioni e significati molteplici e un'interpretazione delle particolari connessioni tra la genialità creativa del compositore e l'abbandono alle emozioni da parte degli interpreti e degli ascoltatori.

Vittorio Volterra, professore ordinario di Psichiatria presso l'Università di Bologna, è stato per molti anni consigliere della Società Italiana di Psichiatria (nel cui ambito si è fatto promotore della Sezione "Arte, Musica, Teatro, Cinema e Mass Media in psichiatria") e presidente della Società Italiana di Psicoterapia Medica. Autore di numerose pubblicazioni e coeditor del Trattato Italiano di Psichiatria, è stato fondatore e direttore del Centro di Salute Mentale di Forlì, primo esempio di assistenza psichiatrica territoriale in Italia.
 

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