L'ANORESSIA CORRE SUL TAPIS ROULANT

In uno dei miei post ho affrontato l’argomento anoressia come fenomeno che si sta diffondendo a macchia d’olio grazie anche all’influenza  psicologica sulle giovanissime del fisico “scheletrico” che tanto spesso vediamo sfilare in passerella.

Prendendo spunto da un interessante articolo scritto dalla Dott.ssa Sacchi – fitness trainer- su Professione Fitness, mi piacerebbe affrontare con voi nuovamente questo argomento, ma da un’altra angolazione, quella che vede il fenomeno dell’anoressia e dei disturbi alimentari in generale, entrare in palestra con sempre maggior frequenza.

Non e’ raro, ed a me e’ capitato diverse volte frequentando la palestra come utente, di vedere ragazzine e talvolta anche donne piu’ adulte affannarsi sul tapis roulant senza un attimo di tregua e di venire a sapere che le stesse, dopo aver passato almeno un paio d’ore a correre e spesso aggiungendo anche la frequenza ai corsi, ritornavano al pomeriggio per altre ore di allenamento.

Confesso di essere rimasta alquanto perplessa anche perche’ le ragazze in questione erano piu’ che filiformi.

Quando la conoscenza di queste ragazze andava avanti ( spesso eravamo “vicine” di tapis roulant) mi venivano raccontati  durante l’allenamento altri aspetti della loro vita, piu’ che altro mi davano dei consigli che secondo loro erano efficacissimi per perdere peso.

The verde, beveroni brucia grassi, pillole di tutti i tipi. Io all’epoca ero leggermente in sovrappeso, ma probabilmente vista da loro sarei potuta entrare nel club delle ciccione.

In realta’ qualcosa che non andava era in loro stesse.

Perche’ ho capito in seguito che l’anoressia e il disturbo alimentare in genere, puo’ manifestarsi anche in maniera latente e continuare per anni sotto forma di ossessione per tutto cio’ che e’ magro, senza zucchero, ossessione per il peso controllato piu’ volte al giorno

La Dott.ssa Sacchi ci dice che spesso la trasgressione e’ vissuta con grandi sensi di colpa, al punto che si cerca di eliminare  il cibo ingerito con lassativi, con il vomito, o appunto stramazzandosi di attivita’ fisica.

Nella maggior parte dei casi hanno una visione distorta di sé, ancorata fortemente a dinamiche mentali punitive e a un substrato psico-emotivo di vissuto famigliare negativo. Rientrano nel gruppo anche le bulimiche nascoste, la cui identificazione – in palestra e fuori – risulta più difficile in quanto l’aspetto fisico non è così palesemente esplicativo. La bulimia viene anche definita nervosa, caratterizzata da alimentazione irregolare e talvolta eccessiva, con la rimozione del senso di colpa con purghe, erbe purganti o tisane lassative, per eliminare – in senso metaforico e non – il “peso” di aver mangiato.”

Ma in tutto questo qual’e’ il ruolo del trainer? Puo’ far qualcosa? Ha le competenze necessarie per intervenire in situazioni del genere?

Il trainer non ha specifiche competenze in merito fornitegli dalla facolta’ di scienze motorie, ma deve agire in base al buon senso. 

Anche se non si e’ strettamente psicologi o non si hanno le competenze necessarie, non si puo’ comunque far finta di niente vedendo una persona che si ammazza di allenamenti sugli attrezzi.

E’ difficile che il soggetto con disturbi alimentari chieda aiuto in palestra, di solito evita il confronto.

Ma spesso chiede un piano di allenamento. Ed e’ qui che il trainer puo’ intervenire in maniera diplomatica ma nello stesso tempo diretta, spiegando perche’ evitare certi esercizi, o fare un certo numero di ripetizioni, non stressare i muscoli oltre il dovuto, prendendo spunto dalle sue competenze di anatomia e fisiologia, cercando in modo delicato di portare il soggetto ad un comportamento in palestra “piu’ normale” in modo graduale.  

All’inizio il trainer puo’ fare in modo che il soggetto “si apra” parli in qualche modo, evitando imposizioni  come: “devi mangiare di piu’”, “devi mettere qualche chilo” “quello non va bene” etc.. Imposizioni del genere gia’ gravano sul soggetto nell’ambiente che lo circonda e lo porterebbero a chiudersi ancora di piu’ ampliando il problema.

 Il trainer diventa quindi spesso un riferimento per il soggetto con problemi, un orecchio che ascolta,  ma non deve diventare un supporto indispensabile anzi deve prendere le distanze gradualmente in modo che il soggetto in questione possa sviluppare la sua individualita’ in modo autonomo

Fonte: Professione Fitness

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