Non poter dipingere. I blocchi creativi e l'autoanalisi in Marion Milner

«Se noi non camminassimo sulla terra, essa non esisterebbe.
Questo sembrava essere il paradosso della creatività
»
Marion Milner, psicoanalista e artista

Parliamo un po’ di artisti. Anzi di psicoanalisti-artisti. Parliamo di Marion Milner. Scomparsa nel 1998 a soli di due anni dal traguardo delle cento primavere, Milner è stata una delle personalità più creative, anche se paradossalmente meno citate di tutto il Novecento.

Tra i suoi meriti va senz’altro annoverato quello di aver sondato il concetto di creatività psichica in maniera profonda e originale e di aver portato su di essa l’attenzione degli altri studiosi. Attingendo dalla sua doppia esperienza di psicoanalista e pittrice, Milner ha saputo indagare come nessuno prima di lei questa funzione indispensabile alla nostra vita profonda.
Tanto l’adulto quanto il bambino hanno bisogno, infatti,  di coltivare e praticare l’uso della fantasticheria, del sogno ad occhi aperti e dell’immaginazione, fino ad immedesimarcisi, mescolando fantasia e realtà.

Si tratta non a caso di una funzione che sviluppa spontaneamente già il bambino in tenera età per raggiungere un equilibrio psichico: egli ha necessità di poter indulgere, senza pericolo, alle fantasticherie e di permettersi di con-fondere senza danno l’io e il non-io. Solo gradatamente verrà ad usare il pensiero riflessivo e a sviluppare l’io, riuscendo così ad integrare le parti emotive e pulsionali che altrimenti lo spaventerebbero e lo obbligherebbero ad aggrapparsi fin da subito al pensiero ordinatore razionale.

Non da meno è nell’adulto. “Le fantasie sono liberatrici“, dice la Milner, e anche l’adulto dovrebbe riservarsi degli spazi in cui poter sognare: un percorso analitico, l’attività onirica, i sogni diurni, la creatività in ogni forma. L’arte che tutti gli uomini, e non solo l’artista, possono raggiungere, sia realizzandola sia guardandola o ascoltandola, permette di con-fondere momentaneamente l’io e non-io e di toccare il mondo inconscio senza danno.”

Creazione psichica e creazione artistica.

Ma la Milner con la sua indagine va ancora oltre, e Anna Freud nella prefazione al suo libro Disegno e creatività (La Nuova Italia, 1968) lo sottolinea: la creazione artistica contribuisce, ad un primo livello, ad esprimere le istanze psichiche nascoste, dimenticate e perdute, ma ad un secondo e più importante livello, a creare ciò che non è mai esistito, usando una capacità di percezione che si acquisisce ex-novo.
La differenza tra il “creatore di immagini-artista” e il “creatore di immagini-paziente” è che quest’ultimo è interessato a divenire cosciente delle proprie dinamiche psichiche intime e di ciò che muove i suoi dipinti artistici, al fine di trasportare nel mondo quotidiano e nei suoi rapporti umani le nuove forze, scoperte attraverso la creatività; l’artista invece non è detto che abbia tale interesse diretto: per lui c’è il godimento delle sue creazioni-creature e l’offerta delle stesse agli occhi del mondo.

C’è qualcosa di molto interessante che percorre tutto il libro e che accompagna la lettura come un filo conduttore: è l’intuizione dell’autrice della somiglianza tra lavoro creativo artistico e lavoro analitico, ossia tra paziente-analizzato e paziente-artista: entrambe portano alla scoperta delle resistenze che ogni soggetto ha di prendere contatto con il proprio mondo interiore, e all’individuazione delle risorse che ognuno porta in sé per realizzare la propria persona.”

A questo proposito c’è un libro della Milner appena ripubblicato dall’editore Borla di cui mi preme parlarvi.

Si tratta del ben noto Non poter dipingere. In esso è particolarmente evidente l’originalità del lavoro milneriano.
«L’approccio di Marion Milner alla creatività psichica – scrive nella sua prefazione Anna Freud – differisce sotto molti aspetti da quelli generalmente noti e accettati, con i quali i lettori di psicoanalisi hanno una certa familiarità. Come oggetto della sua ricerca, la Milner non sceglie l’artista professionale e riconosciuto, ma se stessa come pittrice dilettante; non il capolavoro finito ma le sue difficoltà e i suoi sforzi maldestri da principiante nel disegno e nella pittura. In breve, non analizza la misteriosa e sfuggente abilità del genio che si esprime attraverso la pittura, ma, come suggerisce il titolo del libro, le diffusissime ed irritanti limitazioni che impediscono all’individuo comune di esprimere la propria creatività.» E ancora: «È affascinante, per il lettore, seguire i tentativi dell’autrice di liberarsi dagli ostacoli che le impediscono di dipingere, e paragonare questa battaglia per la libertà dell’espressione artistica alla battaglia per la libera associazione e lo svelamento della mente inconscia, che costituiscono il nucleo del lavoro terapeutico dell’analista».
Un’intuizione che solo un’artista e al tempo stesso analista particolarmente sensibile avrebbe potuto avere. «Scoprii che a volte era possibile eseguire schizzi o disegni in un modo completamente diverso da come mi avevano insegnato, cioè lasciando che l’occhio e la mano facessero esattamente ciò che volevano, senza cercare consciamente di ottenere un risultato prestabilito. Questa scoperta fu all’inizio talmente sconcertante, – ammetteva la stessa Milnerche cercai di dimenticarmene; infatti non solo sembrava minacciare tutte le comuni convinzioni sul potere della volontà e lo sforzo conscio, ma anche il senso di se stessi come entità più o meno nota, come penso che accada ogni volta che l’inconscio irrompe nella coscienza».
Masud Khan, altro psicoanalista allievo di Winnicott, a proposito di questo libro sottolinea, invece, come «L’esperienza estetica è vitale, liberatoria e piena di gioia. Non è però uno stato d’animo gaio imposto dall’esterno e sostenuto da un atteggiamento mentale didascalico. L’abbandono e la gioia errabonda dello stato d’animo dell’autrice sono davvero un’esperienza benvenuta nella nostra epoca, in cui tutti s’impegnano a salvare le anime di tutti gli altri».

Creatività e innovazione in Marion Milner. Attribuendo un ruolo centrale alla creatività nel proprio lavoro, Marion Milner ha, in definitiva, potuto esplorare aree cliniche di grande interesse in maniera originale e … creativa. Sembra un gioco di parole, ma come abbiamo visto, non lo è proprio grazie al sue essere stata prima di tutto artista. Grazie all’attenzione per la creatività, l’immaginazione e il corpo da questo punto di vista privilegiato, in circa 60 anni di psicoanalisi, Milner ha analizzato temi rivolti alla scoperta del sé con riflessioni personali e integrazioni derivanti dall’attività analitica.
La tematica dell’immersione del corpo come abbandono ricorrente del pensiero razionale, il ritrovamento delle proprie radici sensoriali e un tipo di vuoto benefico per lo sviluppo del proprio sentimento di sé e una maggior consapevolezza del sé corporeo.
La teoria della percezione inconscia, in rotta con lo schema freudiano percezione /coscienza, proponendo modi diversi di percepire.
L’ Importanza data all’immaginazione e alla rêverie come elementi primari dell’attività psichica, attraverso cui, la coppia terapeutica può approfondire il processo di analisi.
Una concezione del simbolo maggiormente legata al tema dell’illusione e di come il mondo esterno diventi reale, più che alla tematica della riparazione.
Una concezione della femminilità come immersione a livelli più profondi della realtà e di noi stessi, che deve ri-congiungersi con la parte maschile che ordina e disciplina l’inconscio.  
Sono solo alcuni dei punti più importanti della psicoanalisi di Marion Milner.

Per certi versi, il suo pensiero e il suo modo creativo di lavorare con adulti e bambini l’avvicinano a Winnicott. Tuttavia, l’intero percorso della Milner andrebbe sottratto dall’influenza del grande psicoanalista, restituendole interamente il suo valore. Le sue idee e le sue intuizioni fanno da sfondo e sono state riprese da molti autori: la M. Little, W. Bion, e lo stesso Winnicott. Ciononostante il suo lavoro rimane  ancora poco conosciuto, forse proprie perché la Milner ha affrontato elementi sconosciuti alle stesse teorie psicoanalitiche, con libertà e uno stile proprio, sempre pronta a dubitare delle certezze acquisite e a mettere in discussione l’impianto teorico dominante.  Nell’elenco citato sono probabilmente troppi gli elementi contro il pensiero dominante e il rigore imposto dalla scienza; troppi elementi che mettevano in primo piano il corpo nei processi terapeutici, sia per quanto riguarda il paziente che per quanto riguarda l’analista.

BIBLIOGRAFIA E FONTI:
AAVV, Creatività nella stanza d’analisi, CLUEB 2003 e recensione su Psicologia di Torino
M. MILNER (1952): Disegno e creatività, La Nuova Italia 1968.
M. MILNER, Non poter dipingere, Borla 2010.
Marion Milner nel sito di Marco Avena 

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