Quando il doping è uno sport di squadra

Era già accaduto nelle scorse settimane che un'intera squadra olimpica risultasse positiva ai controlli antidoping interni e oggi, a un mese esatto dall'inizio delle olimpiadi di Pechino, ci siamo di nuovo.

Se l'altra volta l'accusa di doping aveva investito la squadra di sollevamento pesi della Grecia adesso è toccato alla formazione della Bulgaria nella stessa specialità che ad un controllo fatto l'8 giugno scorso al raduno della nazionale si è ritrovata con ben 11 atleti positivi e tutti per l'anabolizzante metandienone.

Un bel esempio di unità di squadra non c'è che dire. Allo stesso sodalizio tra atleti e allenatori, non corrisponde però un identico atteggiamenti da parte dei rispettivi governi.
Per la Grecia ha dovuto intervenire la federazione internazionale cha infatti ha sospeso per due anni gli undici atleti greci trovati positivi nel corso di test a sorpresa dello scorso aprile e sanzionato la nazionale  ellenica il cui numero di partecipanti ai prossimi Giochi nei pesi viene ridotto da otto a quattro (3 uomini e una donna anziché i 5 e 3 possibili).

Tutto sommato gli è andata bene: secondo una norma della federazione internazionale con tre atleti positivi al doping nello stesso anno, la federazione nazionale può essere esclusa completamente dalle competizioni internazionali a meno che non paghi un'ammenda. Come ha fatto appunto la Grecia che, una volta esploso lo scandalo, ha licenziato immediatamente il tecnico della squadra, Christos Iakovou e accettato la squalifica degli atleti coinvolti con drastica riduzione di quelli schierabili.

Punizione sportiva a parte, i positivi sono anche perseguiti per traffico e uso di steroidi per cui rischiano fino a  due anni di prigione.

La Bulgaria ha invece deciso di ritirare dai Giochi Olimpici di Pechino tutta la squadra, compresi i pochi atleti risultati negativi a quel controllo e senza nemmeno attendere i risultati delle controanalisi. A comunicarlo è stata Stefka Kostadinova, ex campionessa di salto in alto, ma ancora detentrice del record con i 2,09 metri realizzati ai mondiali di Roma del 1987, nonché presidentessa in carica del comitato olimpico bulgaro.

Una decisione che gli fa onore, soprattutto se si considera che in Bulgaria il sollevamento pesi è quasi lo sport nazionale con ben 35 delle 63 medaglie olimpiche conquistate finora vengono proprio da questa disciplina e sapendo che i loro avversarsi più agguerriti erano proprio i greci decimati dalla commissione internazionale per lo stesso motivo.

In Inghilterra lo spirito di squadra si manifesta invece facendo fronte comune contro un atleta reputato indegno di rappresentare la nazione ai giochi olimpici. Il "reietto" è Dwain Chambers, sprinter che nel 2005 ha finito di scontare una squalifica di due anni per uso di sostanze illecite (THG). Da mesi ormai sta combattendo una battaglia legale con il comitato olimpico inglese che si appella ad una regola olimpica interna secondo cui chi è stato condannato per doping non può essere ammesso alle olimpiadi e questo anche se l'atleta, come nel caso di Chambers torna alle competizioni e riconquista il posto in nazionale una volta scontata la pena. Il fatto insolito è che a sostegno del comitato olimpico inglese si sono schierati anche centinaia di campioni che hanno firmato una petizione contro l'ammissione di Chambers. Verrebbe da dire che in fondo ha pagato e gli si potrebbe dare almeno una seconda chance, ma per come stanno andando le cose con squalifiche per doping che piovono più che quotidianamente anche sugli atleti già qualificati per Pechino, forse sarebbe meglio essere fiscali  e intransigenti dando una svolta decisa a questo andazzo.

Da noi per ora sembrano dominare l'onestà e il buon senso, almeno tra gli atleti olimpici, ma lo spirito di squadra sulla questione doping sembra che sappiamo manifestarlo  solo quando va contro la squadra ospitante. Molti dei nostri atleti, nelle interviste di queste ultime settimane, si sono lasciati andare ad allusioni o ad accuse più o meno velate contro i cinesi ritenuti, non si capisce su quali prove, imbottiti di sostanze dopanti. La più agguerrita di tutti, o forse solo la meno diplomatica è stata Federica Pellegrini che ha candidamente dichiarato che si aspetta "cinesi tirate fuori direttamente dal laboratorio, perché non hanno fatto gare nell'ultimo anno, quindi stanno preparando qualche sorpresa". Un po' quello che si diceva degli atleti della Germania dell'est qualche decennio fa, solo che se allora i sospetti erano fondati almeno dalla prestanza fisica soprattutto di certe atlete, qui non sembrano niente più che illazioni gratuite, segno forse di un astio culturale che prescinde dai fatti sportivi. Anche a Wimbledon due cinesi che nel tabellone arrivano troppo in alto rispetto al solito, fanno subito gridare allo scandalo doping. E se fosse che la motivazione a vincere li ha spinge magari a forzare con la preparazione anche nelle discipline meno tradizionali e la selezione dei campioni esasperata, ma senza ricorrere a sostanze dopanti? O almeno non come "politica" di squadra in toto, ma eventualmente per iniziativa personale di singoli individui o piccoli gruppi isolati, come accade ovunque purtroppo?

Nei giorni scorsi proprio un nuotatore, Mark Spitz, ha dichiarato che "sicuramente i nuotatori si dopano, ma è impossibile scoprirli perché in America gli anabolizzanti su cui si fanno i controlli vengono comunicati sei mesi prima così se ne possono scegliere altri e risultare comunque puliti".

È vero che la Cina è la squadra ospitante e ci tiene molto a vincere e a conquistare più medaglie dei soliti Stati Uniti dimostrando così di essere la Nazione più forte, ma bisogna anche ammettere che proprio la Cina ce la sta mettendo tutta per spazzare via ogni sospetto: la severità dei controlli sia interni che esterni al paese è quest'anno senza precedenti e forse dipende proprio da tale atteggiamento che tanti casi vengono scoperti già dai comitati nazionali prima della partenza: sapendo che non ci sarà storia per i truffaldini nessuno vuole mandarli all'olimpiade col rischio che vengano smascherati trascinando nel fango tutti gli atleti della stessa nazionale.

Fatto sta che proprio la Cina nei giorni scorsi ha dato un esempio chiaro, squalificando a vita, anziché per i canonici 2 anni, otto atleti e molti allenatori anche di alto livello per uso di sostanze proibite. Il responsabile dell'agenzia cinese di lotta al doping, Zhan Jian, ha spiegato che dall'inizio dell'anno ad oggi sono stati effettuati più di 5 mila controlli, l'80 per cento dei quali senza preavviso e al di fuori delle competizioni. Per non parlare poi delle numerose farmacie chiuse ufficialmente "per doping" in questi ultimi mesi di avvicinamento olimpico. Se poi sono solo state azioni di facciata per recuperare credibilità, vista la fama di cui godono lo scopriremo presto. A vigilare sulle olimpiadi ci sarà anche la WADA, organo internazionale, che quest'anno ha predisposto controlli rigidissimi sguinzagliato centinaia di ricercatori per star dietro agli atleti che se ne sono pure lamentati.

Suggerirei, almeno ai nostri atleti, di pensare ad allenarsi stando attenti a quello che ingeriscono e di lasciare a chi di dovere il compito di trovare e punire i furbetti. A meno che, nel caso si realizzassero le "fantascientifiche previsioni" del nostro amico e dirimpettaio Guido Tedoldi di Come se fosse sport a proposito dei 100 metri di nuoto storica non abbiano già pronta da rifilarci la scusa dei "super-costumi" a cui andrebbe il solo e unico merito. 

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