Tante informazioni per il benessere e la performance. Una confessione dovuta

di Gianfranco Di Mare

Performance Engineer

I lettori più affezionati avranno notato che non sono molto prodigo di link; in particolare evito i link che approfondiscono i temi che trattiamo. Essì che il Direttore mi ricorda continuamente l’imperativo strategico di ogni web editor: “linka e sarai linkato!”
Con la Rete abbiamo a disposizione miliardi di informazioni, praticamente in tempo reale.

Del resto, come ha dimostato Gödel, un sistema di conoscenze o è incompleto o è contraddittorio. La conoscenza enciclopedica, intesa come la somma delle conoscenze disponibili per un uomo, tende a presentarsi come completa…

Con buona pace di tutti, soprattutto degli spiriti più libertari e anarchici (quale in fondo mi considero io stesso), la didattica è una cosa seria. Fare didattica significa che c’è qualcuno che vuole insegnare, e qualcuno che vuole ascoltare.

Quando penso alla didattica non penso solo a quella che si fa a scuola, ma anche ad esempio a ciò che stiamo facendo qui, ogni giorno, in questo blog: voler portare, sulla base di un principio morale ed estetico, una o più persone senzienti a migliorare il proprio stato.

Perché la didattica funzioni, è necessario che chi ascolta si affidi a chi insegna. Quando questo non accade non si sta facendo didattica, ma semplice informazione.

(Poi certo, quella particolare didattica può essere una schifezza, e quel particolare didatta uno psocotico schizofrenico: ma questo è un altro discorso.)
In altre parole, il didatta (che in quel momento ed in quel luogo la sa più lunga dei suoi discepoli) ha la responsabilità morale dei suoi metodi, e dei suoi contenuti.

Lo so, la mia posizione, in quanto autore di un blog di un certo successo, è paradossale: la maggior parte degli accessi in Rete avvengono da uno o più motori di ricerca; so bene che chi mi legge – statisticamente – visita questo blog assieme a diecine, se non centinaia di altre pagine sullo stesso argomento.

Eppure io evito di dare un link che, magari, su google era proprio a fianco a quello che vi ha portato qui. Questa scelta si ispira alla ricerca di una coerenza didattica ed etica.

Non è vero che più informazioni si acquisiscono riguardo un certo argomento e più diventiamo evoluti e sani.
L’informazione, quella utile, ha tre aspetti: uno quantitativo, uno qualitativo ed uno strategico.

Esempio: “il fumo uccide“. con questi funerei annunci i nostri geniali creativi del Ministero credono veramente (e il ministro dà loro retta!) di star facendo tutti gli sforzi per ridurre le morti per fumo in Italia…
Quanti ne conoscete che abbiano smesso di fumare in seguito a quelle scritte giganti sui pacchetti? Riflettendo sulla questione, ho scoperto di conoscere sostanzialmente cinque tipi di fumatori: quelli che fanno finta di niente; quelli che dicono “madonna, te la vogliono mandare proprio per traverso, ‘sta siga!” e fumano lo stesso; quelli che ribattono “non me ne frega niente, mi piace troppo!”; quelli che dicono “eh, lo so che dovrei smettere”; e quelli che sentenziano “non ci credo: mio nonno ha fumato e scopato fino a novant’anni”.
E, paradossalmente, tutti hanno una parte di ragione.

Il fatto è che questa forma di “informazione” mira ad un duplice scopo: farci aver paura, e farci sentire in colpa. Se ci fosse qualche italiano che non sapesse di tutte le statistiche sui morti per il fumo che ormai da decenni ci ammanniscono in tutte le salse, e smettesse effettivamente di fumare, si potrebbe dire “be’, almeno uno si è salvato”… Ma sarebbe poi vero?

Davvero fumare uccide? Non è detto, altrimenti saremmo tutti dei pazzi, ed il Monopolio dei Tabacchi sarebbe un pluriomicida che neanche l’olocausto ebraico. Diciamo che nel corso dei decenni molte persone sono morte per motivi che sono stati ricondotti al fumare. Ma molti fumatori, ad esempio, sono morti per altre ragioni, vecchiaia compresa.

Questo post non ha nulla a che vedere col fumo, ma parla del fornire ed usare le informazioni per scopi “evolutivi”. E soprattutto dell’atteggiamento di chi le fornisce.
Il Ministero vuole far stare meglio le persone, e trasmette informazioni: vuole fare didattica, cioè in questo caso indurre ad uno stile di vita a suo modo di vedere “migliore”. Ma questa campagna è un esempio lampante di cattiva didattica: diffusione di informazioni (statistiche di mortalità, in questo caso) che non raggiunge lo scopo, ed anzi peggiora in molti casi la condizione di chi la subisce. Perché una persona che mentre fuma pensa continuamente (magari inconspevolmente) a quella scritta entra in una situazione emotiva che può andare in molte direzioni, ma di sicuro non la farà sentire meglio. Pensateci:

QUEL fumo che STA fumando LE sta entrando NEI POLMONI e sarà la causa della SUA MORTE.

Come vi suona? Pensate davvero basti girare il pacchetto, per non pensare alla scritta? Insomma, abbiamo una mente, oltre ad un corpo? E il nostro benessere dipende anche dai nostri stati d’animo e da come siamo felici, o no?

Capite che per fare didattica l’informazione va trasmessa nel modo più utile? Mi prendo la responsabilità di affermare che nella didattica, dal punto di vista morale, l’obbiettività è una categoria derivata, non principale.
In un mare di dati e nozioni cumulativamente contraddittorî, il didatta responsabile sceglie non solo le informazioni, ma anche il modo di trasmetterle. Il bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno rappresenta la stessa informazione, in due modi che hanno un effetto del tutto diverso su chi la riceve.

La didattica non si inventa; e non è didatta migliore colui che parla di più.
È stato un lungo discorso, lo so… 🙂

Image courtesy mymedia.it

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