Alimentazione e leucoplachia: come la dieta mediterranea influenza il rischio orale

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Leucoplachia e dieta: che ruolo può avere la tradizione mediterranea

La leucoplachia è una macchia biancastra che compare sulle mucose del cavo orale. Non tutte queste lesioni diventano tumori, ma richiedono attenzione: rappresentano un campanello d’allarme che va seguito con visite e controlli mirati da parte di odontologi e oncologi.

Cosa ha cercato di capire lo studio

Un gruppo di ricerca italiano si è chiesto se l’alimentazione possa influenzare l’evoluzione di queste lesioni. In pratica, gli autori hanno confrontato l’adesione a un modello alimentare simile alla dieta mediterranea con l’andamento clinico delle leucoplachie.

I dati suggeriscono che chi segue più da vicino questo stile alimentare mostra una minore probabilità di trasformazione maligna delle lesioni. Si tratta di un’associazione osservazionale — interessante, ma non sufficiente a dimostrare un nesso di causa-effetto.

Chi ha partecipato e come è stato condotto il lavoro

La ricerca è stata coordinata dal professor Massimo Petruzzi dell’Università di Bari. La coorte comprende pazienti locali con diagnosi di leucoplachia, e la raccolta delle informazioni cliniche e nutrizionali è stata curata nell’ambito di un progetto di dottorato da Domenico de Falco e Nicol Macripò.

Per rendere i dati confrontabili, il team ha utilizzato protocolli standard per registrare le esposizioni alimentari e gli esiti clinici, e ha previsto un follow-up regolare per monitorare l’evoluzione delle lesioni.

Collaborazioni e approccio multidisciplinare

Allo studio ha collaborato anche il professor Mohssen Ansarin dell’Istituto Europeo di Oncologia di Milano, che ha portato competenze specifiche in oncologia orale. Coinvolgere più centri ha permesso di integrare valutazioni cliniche, risultati istopatologici e informazioni sul tessuto connettivo, offrendo così una lettura più completa delle lesioni.

Le partnership hanno inoltre agevolato l’adozione di protocolli condivisi per la raccolta dei campioni e per il monitoraggio a distanza nel tempo.

Cosa dicono i risultati

L’analisi principale mostra un’associazione tra alta adesione a uno schema alimentare mediterraneo e ridotto rischio di trasformazione maligna delle leucoplachie. Gli autori ipotizzano che componenti tipici di questa dieta — come antiossidanti, polifenoli e altri composti bioattivi — possano attenuare l’infiammazione e lo stress ossidativo delle mucose, due meccanismi frequentemente coinvolti nella progressione delle lesioni.

Tuttavia, per confermare queste vie biologiche servono studi prospettici e trial clinici controllati.

Alimenti e nutrienti che sembrano contare

Secondo lo studio, alcuni elementi caratteristici della dieta mediterranea potrebbero fare la differenza: olio extravergine d’oliva, frutta fresca, verdure ricche di fibre e vitamine, cereali integrali, legumi e pesce. Questi alimenti forniscono una miscela di molecole antiossidanti e sostanze anti-infiammatorie che, combinandosi, potrebbero proteggere le mucose dall’aggressione ossidativa e modulare risposte infiammatorie dannose.

Implicazioni pratiche

Sul piano operativo, i risultati aprono la porta all’idea di integrare interventi dietetici nelle strategie di sorveglianza per pazienti con leucoplachia. In termini concreti ciò potrebbe tradursi in percorsi di counseling nutrizionale affiancati ai controlli clinici, con l’obiettivo di ridurre i fattori che favoriscono la progressione delle lesioni. Prima di generalizzare però, occorrono passi successivi: definire protocolli precisi, valutare l’efficacia attraverso studi randomizzati e considerare la sostenibilità economica di programmi preventivi su larga scala.

Limiti dello studio e passi successivi

È fondamentale riconoscere i limiti dell’indagine: essendo osservazionale, non può stabilire causalità. La popolazione coinvolta è locale, il che potrebbe influenzare la trasferibilità dei risultati ad altri contesti geografici o culturali. Inoltre, la valutazione dell’alimentazione si basa su questionari e ricordi personali, strumenti utili ma soggetti a errori di misurazione. Per chiarire meglio il quadro servono studi longitudinali più ampi, analisi mechanistiche sui biomarcatori e trial che testino interventi nutrizionali specifici.

Perché la multidisciplinarietà conta

Questo lavoro mostra il valore di un approccio integrato: combinare competenze di odontologia, oncologia, nutrizione e patologia aiuta a interpretare le osservazioni sotto molte angolazioni e a costruire percorsi di prevenzione più efficaci. La collaborazione tra centri clinici e università è stata cruciale per mettere a punto protocolli condivisi e per garantire raccolte dati di qualità, prerequisito indispensabile per trasformare le scoperte in raccomandazioni pratiche.

Non è una prova definitiva, ma è un punto di partenza che merita approfondimenti. Nel frattempo, adottare abitudini alimentari sane resta una scelta sensata per la salute generale e, potenzialmente, anche per il benessere delle mucose orali.