Apparecchi acustici e rischio di demenza: evidenze e implicazioni

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Negli ultimi anni la perdita uditiva è emersa come un fattore rilevante nella prevenzione del declino cognitivo.

Un’analisi pubblicata su Neurology mette in luce come il trattamento dell’ipoacusia tramite apparecchi acustici sia associato a una diminuzione del rischio di comparsa di demenza, pur senza produrre miglioramenti evidenti nei test di memoria a breve termine.

Lo studio, condotto su una popolazione di persone anziane, offre dati che integrano le raccomandazioni già presenti nella letteratura, come quelle della Commissione pubblicata su The Lancet nel 2017 e nell’aggiornamento del 2026, che identificano la perdita uditiva tra i fattori di rischio modificabili per il declino cognitivo.

Disegno dello studio e principali risultati

La ricerca pubblicata il 14 gennaio 2026 su Neurology ha analizzato i dati dello studio ASPREE su 2.777 partecipanti australiani con età media di 75 anni, tutti affetti da ipoacusia moderata e privi di demenza al basale. Di questi, 664 avevano ricevuto la prescrizione di apparecchi acustici. Il follow-up si è esteso per sette anni, con valutazioni cognitive semestrali mediante batterie validate.

I test impiegati per costruire un punteggio globale includevano il Modified Mini-Mental State Examination, l’Hopkins Verbal Learning Test-Revised, lo Symbol Digit Modalities Test e il Controlled Oral Word Association Test.

Nonostante il monitoraggio prolungato, le differenze nei punteggi cognitivi globali tra utilizzatori e non utilizzatori di apparecchi acustici non sono risultate statisticamente significative, una evidenza classificata dagli autori come di classe III.

Dati sull’incidenza di demenza e compromissione cognitiva

Il risultato più rilevante riguarda tuttavia le incidenze: durante il periodo di osservazione il rischio di sviluppare demenza è stato del 5% tra chi portava l’apparecchio e del 7,5% tra i non utilizzatori, corrispondente a una riduzione relativa del rischio del 33% (RR 0,67).

Inoltre, il rischio complessivo di compromissione cognitiva è risultato inferiore nei portatori (36,1% vs 42,4%; RR 0,85).

Possibili spiegazioni fisiopatologiche e limiti dello studio

L’interpretazione degli autori prende in considerazione diversi meccanismi plausibili: l’ipoacusia può determinare una riduzione della stimolazione sensoriale, aumentare il carico cognitivo necessario per comprendere il parlato e favorire l’isolamento sociale e la minore partecipazione relazionale. Questi fattori, nel lungo periodo, potrebbero erodere la riserva neuronale e incrementare la vulnerabilità a processi neurodegenerativi.

Tuttavia va sottolineato che lo studio è di tipo osservazionale: non può provare una relazione causale diretta tra uso di apparecchi e protezione dal declino cognitivo. Possibili fattori confondenti includono una maggiore attenzione alla salute, un migliore accesso alle cure o un livello socio-culturale più alto tra chi utilizza dispositivi uditivi.

Frequenza d’uso e correlazione dose‑risposta

Un elemento degno di nota è la relazione inversa tra frequenza d’uso dell’apparecchio e rischio di demenza: i dati suggeriscono che un impiego più costante del dispositivo si associa a una riduzione maggiore del rischio.

Sebbene questo non provi causalità, supporta l’ipotesi che il mantenimento della partecipazione sociale e la riduzione dello stress cognitivo possano avere un ruolo protettivo.

Implicazioni pratiche per la prevenzione cognitiva

Dal punto di vista clinico il messaggio è chiaro: la perdita uditiva non va considerata solo come un problema sensoriale ma come un fattore da inserire nelle strategie di prevenzione del declino cognitivo. L’uso degli apparecchi acustici, pur non garantendo miglioramenti misurabili immediati nella memoria, può far parte di un approccio multifattoriale che include il controllo dei fattori vascolari, l’attività fisica, il sonno regolare e la stimolazione cognitiva.

Per i medici e per i caregiver questo significa valutare l’udito con attenzione e promuovere interventi tempestivi quando indicati, oltre a considerare misure volte a contrastare l’isolamento sociale e a favorire l’integrazione relazionale degli anziani.

Conclusioni

Lo studio pubblicato su Neurology il 14 gennaio 2026 arricchisce le evidenze che collegano la salute uditiva alla protezione cerebrale nell’invecchiamento. Pur con i limiti intrinseci di uno studio osservazionale e con l’evidenza di assenza di miglioramento diretto dei punteggi cognitivi, l’associazione tra uso regolare di apparecchi acustici e riduzione del rischio di demenza suggerisce di integrare la cura dell’udito nelle pratiche preventive rivolte agli anziani.