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Negli ultimi anni l’attenzione verso la nutrizione nella cura della malattia di Crohn è cresciuta in modo significativo: al congresso ECCO tenutosi a Stoccolma esperti hanno sottolineato che il cibo non è più un’alternativa al farmaco, ma una componente integrante del percorso terapeutico.
Numerosi studi mostrano come una strategia dietetica mirata possa modulare l’infiammazione, ridurre i sintomi e favorire una remissione più duratura.
Nonostante le evidenze, le terapie nutrizionali restano sottoutilizzate nella pratica clinica. Per molti pazienti la gestione della dieta rimane frammentaria e spesso non supportata da professionisti dedicati, con conseguenze sulla qualità di vita e sulla necessità di ricorrere a trattamenti farmacologici più intensi nel tempo.
La svolta concettuale riportata all’ECCO deriva dall’osservazione che alimenti e composizione della dieta influenzano il microbiota intestinale e la risposta immunitaria locale. Intervenire con un piano nutrizionale significa quindi agire su meccanismi patogenetici della malattia, non solo sui sintomi. In termini pratici, l’integrazione tra farmaci e strategie alimentari può migliorare i tassi di remissione clinica e ridurre l’esposizione a terapie aggiuntive, un aspetto particolarmente rilevante nei pazienti più giovani.
La EEN (exclusive enteral nutrition) è la terapia nutrizionale più consolidata soprattutto in ambito pediatrico: prevede l’uso esclusivo di formule liquide complete per alcune settimane ed è nota per la sua efficacia nel controllare le riacutizzazioni. Tuttavia, la monotonia e la completa esclusione degli alimenti solidi ne limitano l’aderenza. Per ovviare a questi limiti è nata la dieta CDED, pensata per mantenere l’efficacia con un approccio più praticabile nella vita quotidiana.
La dieta CDED si basa sull’esclusione degli alimenti pro infiammatori e si accompagna a una quota di nutrizione enterale parziale. La struttura tipica prevede una prima fase iniziale più restrittiva, una fase di reintroduzione controllata e una fase di mantenimento. Inizialmente la formula enterale copre una quota significativa del fabbisogno energetico, poi si riduce progressivamente per favorire il ritorno a cibi solidi selezionati, mantenendo l’esclusione di componenti che favoriscono disbiosi o infiammazione.
Studi condotti in centri pediatrici italiani, tra cui l’Ospedale Meyer di Firenze, hanno evidenziato che la CDED può indurre una remissione clinica in diverse situazioni: all’esordio della malattia, come terapia di supporto nei pazienti refrattari ai biologici e anche in forme clinicamente severe. Il vantaggio principale è la possibilità di ridurre l’esposizione a ulteriori farmaci, elemento cruciale per bambini e adolescenti destinati a convivere a lungo con la patologia.
Per ottenere risultati sostenibili è fondamentale un approccio multidisciplinare che consideri lo stato nutrizionale a 360 gradi. Gastroenterologi, nutrizionisti, infermieri e psicologi devono collaborare con un obiettivo comune: non limitarsi al controllo dei sintomi ma favorire la crescita nel bambino e la qualità di vita nell’adulto. Come sottolineano esperti italiani, tra cui Paolo Lionetti e Lorenzo Norsa, la nutrizione pediatrica e domiciliare richiede competenze specifiche per essere efficace.
Un problema ricorrente è la carenza della figura del dietista all’interno delle équipe ospedaliere. Secondo le osservazioni di professionisti come Ferdinando D’Amico, spesso i pazienti non ricevono indicazioni nutrizionali strutturate: soltanto una piccola percentuale conosce la dieta di esclusione e ancor meno la segue correttamente. Per questo è essenziale sensibilizzare le direzioni sanitarie affinché inseriscano percorsi dedicati e un referente nutrizionale in ogni centro di cura.
Per migliorare la gestione della malattia di Crohn è necessario promuovere protocolli condivisi che integrino dietoterapia e trattamento farmacologico. Il potenziamento del ruolo del dietista, l’educazione del paziente e la collaborazione tra reparti possono ridurre il ricorso a terapie più aggressive e migliorare l’aderenza alle strategie nutrizionali, con benefici a lungo termine per salute e qualità della vita.