La qualità degli alimenti consumati dopo una diagnosi di tumore sembra influire davvero sulla sopravvivenza e sulla salute a lungo termine.
Lo suggerisce un’analisi dell’Unità di Epidemiologia e Prevenzione dell’IRCCS Neuromed, finanziata dalla Fondazione AIRC e pubblicata su Cancer Epidemiology, Biomarkers & Prevention. I ricercatori hanno confrontato i tassi di mortalità tra persone con una storia di cancro in relazione al consumo di alimenti ultra‑processati, mettendo in relazione il grado di trasformazione industriale del cibo con gli esiti clinici.
Che cosa hanno fatto i ricercatori
Lo studio, realizzato nell’ambito dell’Unità di Epidemiologia e Prevenzione del Neuromed con il supporto AIRC, usa dati osservazionali ricavati da questionari alimentari e registri di follow‑up.
Gli alimenti sono stati classificati secondo criteri riconosciuti in epidemiologia nutrizionale (sistema NOVA), distinguendo i prodotti ultra‑processati — quelli industriali sottoposti a molteplici processi e spesso contenenti additivi — dal resto della dieta. Le analisi statistiche mostrano associazioni fra un consumo elevato di questi prodotti e un aumento del rischio di mortalità, pur lasciando aperta la questione della causalità e dei potenziali fattori confondenti.
Il campione e il contesto
Lo studio si inserisce nel progetto Moli‑sani, un ampio coorte di popolazione del Molise.
Nel dataset — relativo al periodo indicato dai ricercatori — sono presenti informazioni cliniche e anagrafiche su residenti sopra i 35 anni. Su 24.325 partecipanti sono stati identificati 802 soggetti con una diagnosi preesistente di tumore: è su questo sottogruppo che gli autori hanno focalizzato l’analisi per valutare l’effetto della dieta dopo la diagnosi.
Principali risultati
I partecipanti sono stati stratificati in base al consumo quotidiano di alimenti ultra‑processati. Dopo quasi 15 anni di follow‑up, chi mangiava più prodotti ultra‑processati mostrava un rischio di mortalità più elevato.
Nei modelli multivariati, aggiustati per fumo, attività fisica, indice di massa corporea, storia clinica e qualità complessiva della dieta, l’aumento del rischio risultava consistente: circa +48% per mortalità per tutte le cause e +59% per mortalità oncologica, rispetto ai consumatori più moderati. Gli autori sottolineano però la necessità di ulteriori ricerche per chiarire meccanismi biologici e implicazioni per la sanità pubblica.
Dietà complessiva e componenti non nutrizionali
L’associazione persiste anche controllando l’aderenza alla dieta mediterranea, il che lascia intendere che il profilo nutrizionale da solo non spiega tutto.
I risultati aprono alla possibilità che componenti non nutritivi legati ai processi produttivi — ad esempio additivi o contaminanti introdotti durante la lavorazione — possano contribuire agli effetti osservati, e
Piste biologiche indagate
Per capire meglio i possibili meccanismi, i ricercatori hanno esaminato biomarcatori presi dai campioni dei partecipanti, includendo parametri infiammatori, metabolici e cardiovascolari. Due segnali sono risultati particolarmente rilevanti: indici di infiammazione e frequenza cardiaca a riposo. Questi potrebbero mediare almeno in parte l’associazione tra consumo di ultra‑processati e mortalità, suggerendo l’intervento di processi sistemici che non si esauriscono nel solo apporto energetico o nutritivo.
Cosa significa per i pazienti e per la ricerca
I dati rafforzano l’idea che, dopo una diagnosi di tumore, la qualità della dieta meriti attenzione come variabile rilevante nei follow‑up oncologici. Tuttavia, trattandosi di evidenze osservazionali, servono studi prospettici e trial interventistici per stabilire relazioni causali e valutare quali cambiamenti dietetici possano effettivamente migliorare prognosi e qualità di vita. Nel frattempo, limitare il consumo di alimenti fortemente processati sembra una scelta prudente per chi è già in cura o in sorveglianza oncologica.