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Negli ultimi anni l’Italia è emersa come uno dei paesi europei più colpiti dalla leishmaniosi umana cutanea e viscerale, con dati che richiamano l’attenzione di professionisti e istituzioni.
Il tema è stato al centro di LeishTalk 2026, manifestazione che ha raccolto oltre 1.200 partecipanti unici e più di 2.000 registrazioni, confermando l’urgenza di strumenti pratici e collaborazioni tra sanitaria umana e veterinaria.
Il territorio mostra un cambiamento evidente nella distribuzione dei vettori: i pappataci e le zanzare invasive stanno ampliando la loro presenza, con nuovi focolai e aree endemiche. La leishmaniosi canina è stata segnalata come endemica in oltre 57 nuovi comuni del Nord Italia, con focolai emergenti in Piemonte, Lombardia, Veneto e Friuli-Venezia Giulia, e una crescita marcata dei casi in Emilia-Romagna e Toscana.
Questa evoluzione epidemiologica impone un ripensamento delle misure di sorveglianza e prevenzione.
Non tutte le specie invasive si comportano allo stesso modo: alcune provenienti dall’Asia orientale dimostrano una sorprendente capacità di adattarsi a temperature più basse e di utilizzare serbatoi animali locali per sopravvivere. Per questo motivo il monitoraggio deve considerare non solo la presenza degli insetti ma anche le condizioni ambientali e la dinamica dei serbatoi infettivi.
Il fenomeno solleva interrogativi sulla possibile riorganizzazione della mappa delle malattie trasmesse da vettori.
Al centro del dibattito la necessità di un approccio One Health, che intrecci salute animale, umana e ambientale. Durante l’incontro sono intervenuti esperti di istituzioni, università e aziende, sottolineando come il ruolo del medico veterinario vada oltre la singola diagnosi: il professionista diventa un punto di osservazione del territorio, capace di integrare dati clinici con informazioni epidemiologiche e ambientali per orientare decisioni sanitarie più ampie.
I rappresentanti del Ministero della Salute hanno richiamato i numeri storici, ricordando che tra il 2011 e il 2016 sono stati registrati 1.700 casi di leishmaniosi umana viscerale. Questo dato ribadisce l’importanza di una sorveglianza integrata e di canali di comunicazione rapidi tra veterinari, medici e istituzioni per intercettare segnali di allarme e attivare interventi mirati.
La strategia proposta punta alla cosiddetta Top Protection, ossia una protezione massima che tuteli sia il cane sia la popolazione umana. Per conseguirla è fondamentale una scelta informata dei prodotti antiparassitari: in prima battuta si raccomanda l’utilizzo di formulazioni topiche repellenti e insetticide efficaci contro pappataci e zanzare; in alcuni casi l’abbinamento con un antiparassitario orale ad azione insetticida può offrire protezione anche contro le zecche. La vaccinazione del cane può essere consigliata come complemento, pur non essendo sufficiente da sola per bloccare l’infezione.
Secondo le indicazioni discusse, il ciclo di protezione dovrebbe iniziare dal mese di marzo: la durata suggerita è di 9 mesi per il centro-sud e di 6 mesi per il nord, adeguando però le prescrizioni al contesto locale e al comportamento stagionale dei vettori. La collaborazione tra il proprietario e il medico veterinario è essenziale per applicare correttamente le misure e ridurre il rischio di punture e trasmissione.
L’evento ha chiarito anche il ruolo dell’innovazione: investimenti in ricerca e sviluppo e il dialogo costante tra aziende, università e autorità sanitarie sono elementi chiave per costruire strategie preventive più efficaci e sostenibili. Promuovere l’educazione sanitaria, rafforzare la sorveglianza e mettere a sistema conoscenze e pratiche operative rappresentano passi concreti per proteggere animali e persone in uno scenario in rapido mutamento.
In conclusione, il messaggio emerso è netto: contrastare la leishmaniosi e la diffusione delle zanzare invasive richiede una risposta collettiva, fondata su prevenzione consapevole, sorveglianza integrata e cooperazione tra tutte le figure della salute.