I numeri parlano chiaro: il capitale di rischio riversato nel fintech ha superato soglie che si misurano in centinaia di miliardi di dollari, e quella massa di denaro ha accelerato la modernizzazione dei servizi finanziari.
Pagamenti, credito, interfacce utente e pipeline dati sono cambiati in pochi anni. Tuttavia, più capitale non significa automaticamente maggiore solidità: senza due diligence rigorosa e controlli sulla liquidità, si amplificano i rischi di sistema. Marco Santini, con quindici anni in istituzioni come Deutsche Bank, porta sul campo osservazioni concrete su come valutare queste nuove realtà — e suggerisce metriche operative per distinguere le startup promettenti dalle vulnerabili.
Il fintech non è solo software e bella grafica.
È l’incrocio tra capitale, compliance e modello economico: quando la liquidità abbonda, le valutazioni salgono e molti progetti ottengono premi che nascondono fragilità. Ma i mercati possono ricalibrare rapidamente il prezzo del rischio, e all’improvviso quelle fragilità diventano visibili. Per questo gli investitori devono guardare oltre i classici KPI di crescita e concentrarsi su indicatori che misurano sostenibilità e resilienza.
Due fronti operativi richiedono attenzione immediata: il costo del funding e la qualità dell’attivo.
Il funding determina direttamente gli spread: una startup con margini stretti e fonti di finanziamento volatili è vulnerabile agli shock di mercato. Sul fronte dell’attivo, indicatori come tasso di default, loss given default e performance per vintage dicono se il modello di credito regge nel tempo. Senza serie storiche robuste, la capacità di prezzo dei portafogli si indebolisce e le valutazioni restano incerte.
Per ridurre l’incertezza servono dataset solidi e stress test mirati.
Gli investitori dovrebbero richiedere metriche risk‑adjusted e simulazioni che includano scenari di rialzo dei tassi e peggioramento dei default. La collaborazione tra banche tradizionali e fintech può creare valore reale — ma soltanto se governance, integrazione IT e compliance sono chiare e ben implementate. Altrimenti l’alleanza rischia di trasformarsi in un canale che trasferisce rischio invece di assorbirlo.
Sul piano tecnico, la due diligence deve spostarsi su indicatori operativi verificabili: costi di integrazione IT, latenza dei servizi, resilient metrics come availability e incident rate.
Confrontare questi dati con benchmark di settore aiuta a capire se le sinergie annunciate sono reali. Tra le misure fondamentali figurano costo del funding, spread medio atteso, tasso di default osservato, loss given default, churn rate e contribution margin per cliente. Con questi elementi è possibile costruire scenari di stress realistici e stimare la solidità del modello di business.
Il mismatch tra durata delle attività e delle passività è una vulnerabilità frequente: se il funding è a breve termine mentre l’attivo è a lunga scadenza, un rapido aumento dei tassi comprime gli spread e mette sotto pressione la liquidità.
Per questo le simulazioni devono includere variazioni dei tassi e shock di liquidità, valutando l’impatto su flussi di cassa e adeguatezza patrimoniale. L’adozione di benchmark comuni fra investitori e regolatori migliorerebbe la confrontabilità delle analisi e la qualità della valutazione.
Crescita dei volumi e qualità del cliente: due facce della stessa medaglia. Volumi in aumento possono nascondere costi di acquisizione elevati. Costi di acquisizione cliente (CAC) e valore di vita del cliente (LTV) vanno letti insieme: un rapporto LTV/CAC sotto 3, o un payback superiore ai 24 mesi, sono segnali d’allarme.
L’analisi per coorti rimane uno strumento essenziale per scovare deterioramenti che le metriche aggregate non mostrano. Confrontare i risultati con benchmark condivisi rende la due diligence più solida e le valutazioni più trasparenti.
Nei sistemi di pagamento, la resilienza si misura con indicatori concreti: availability, incident rate, fraud rate e chargeback rate. Un’interruzione prolungata non causa solo perdite immediate, ma danneggia la fiducia degli utenti, con effetti difficili da quantificare.
L’integrazione tra sistemi legacy e soluzioni cloud porta sfide specifiche: parametri come recovery time objective (RTO) e recovery point objective (RPO) sono osservati con attenzione dalle autorità. In architetture ibride, una gestione inefficace di RTO/RPO può tradursi in aumento del rischio operativo e in una riduzione della liquidità disponibile per azioni correttive.
Per gli investitori, il rischio di liquidità resta centrale. Mercati di venture e private equity diventano rapidamente illiquidi durante fasi risk‑off, allungando i tempi di disinvestimento.
Convenzioni contrattuali — covenant, diritti preferenziali, clausole di liquidazione — influenzano la convertibilità in contanti di una posizione. Valutare un’operazione significa quindi stimare non solo il possibile upside, ma anche quanto tempo e quali condizioni servono per monetizzare. Report e benchmark di fonti come McKinsey e Bloomberg sono utili, ma la due diligence deve andare oltre: stress test operativi e scenario planning sono imprescindibili.
In pratica, che cosa fare prima di investire? Chiedere serie storiche credibili, richiedere stress test su tassi, default e liquidità, mappare chiaramente le integrazioni IT e le linee di responsabilità nella governance, e misurare metriche operative concrete quanto i tradizionali indicatori di crescita.
Solo integrando questi elementi si può passare dall’entusiasmo per il potenziale tecnologico a una valutazione robusta del rischio e del valore reale.