intramoenia e sistema sanitario: chi deve sostenere i costi quando manca l’offerta pubblica

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Negli ultimi anni il tema delle liste d’attesa è tornato al centro del dibattito sulla sanità pubblica italiana.

Quando una persona non ottiene una prestazione in tempi ragionevoli, spesso ricorre al privato o all’intramoenia, ovvero alla libera professione dei medici svolta all’interno delle strutture pubbliche. La proposta avanzata dalla Federazione nazionale degli Ordini dei Medici chirurghi e Odontoiatri (Fnomceo) è netta: se il ricorso all’intramoenia è causato dall’incapacità del sistema di offrire la prestazione, allora il costo non dovrebbe gravare sul cittadino ma sul Servizio sanitario nazionale.

Questa posizione prende corpo in un contesto di dati che mettono in luce disuguaglianze territoriali e ritardi nell’accesso alle cure. La Piattaforma nazionale sulle prestazioni, attivata presso Agenas, ha evidenziato che in molte realtà locali chi può pagare ottiene visite in pochi giorni, mentre chi resta nel percorso pubblico è costretto ad attese lunghe. A sostegno dell’analisi ci sono anche segnalazioni di organi come la Corte dei Conti e l’Ufficio parlamentare di Bilancio, che indicano problemi organizzativi e carenze strutturali.

Perché l’intramoenia è diventata un indicatore del malfunzionamento

L’intramoenia non è di per sé un’anomalia: rappresenta la possibilità per i professionisti di erogare prestazioni a pagamento utilizzando spazi e strumenti pubblici nel tempo libero. Tuttavia, quando diventa la via più veloce per accedere a visite ed esami, assume il valore di segnale di inefficienza. In molte aree, la carenza di personale e di risorse organizzative crea un rallentamento delle liste d’attesa che spinge i pazienti ad alternative private.

Impatto sui cittadini e sulla spesa sanitaria

Secondo stime ufficiali, milioni di persone rinunciano alle cure o scelgono il privato; la spesa sanitaria privata è cresciuta fino a livelli significativi, attestandosi intorno ai 43-44 miliardi. Questo fenomeno produce due effetti principali: da un lato un accesso non uniforme alle prestazioni in base alla disponibilità economica del paziente; dall’altro una pressione crescente sui bilanci familiari. Per i medici, l’intramoenia è anche una risorsa di reddito integrativa, ma in presenza di lunghe attese pubbliche diventa anche un fattore di discriminazione nell’accesso ai servizi.

La proposta della Fnomceo: criteri di responsabilità e rimborso

La soluzione avanzata dalla Fnomceo è semplice nella formulazione: se la responsabilità è del sistema, la spesa non può ricadere sul cittadino. Questo principio si tradurrebbe nell’assunzione da parte del Ssn dei costi relativi alle prestazioni erogate in intramoenia quando l’utenza è stata costretta a scegliere quella via a causa dell’assenza di posti o di tempi accettabili nel circuito pubblico.

Quali elementi normativi e amministrativi servirebbero?

Per rendere operativa la proposta occorrerebbe definire criteri di riconoscimento della responsabilità del sistema, procedure di rendicontazione delle prestazioni e meccanismi di rimborso. Serve inoltre una trasparenza maggiore dei dati sulle attese, con la piena integrazione dei flussi informativi tra Cup regionali, Agenas e il livello centrale, così da stabilire quando la scelta del paziente è effettivamente coartata dalla carenza di offerta pubblica.

Criticità e possibili conseguenze

La proposta incontra questioni complesse: identificare il confine tra libera scelta e costrizione da lista d’attesa non è sempre immediato; esiste il rischio di creare incentivi per la delocalizzazione di prestazioni verso il privato o per la contaminazione tra attività pubblica e privata. D’altro canto, riconoscere la responsabilità del sistema potrebbe ridurre le disuguaglianze di accesso e alleggerire il carico economico sulle famiglie, contenendo la spesa privata diretta.

Bilanci regionali e sostenibilità

L’adozione di un rimborso generalizzato alle prestazioni in intramoenia implicherebbe ricadute sui bilanci regionali e nazionali. Occorre quindi valutare strumenti di compensazione, criteri di priorità e sistemi di controllo per evitare abusi e garantire che l’intervento finanziario migliori effettivamente l’accesso alle cure. In questo senso, il confronto tra istituzioni, ordini professionali e società civile è fondamentale per costruire soluzioni sostenibili.

Più che un atto di polemica, è un sollecito a considerare l’equità dell’accesso alle cure e a rafforzare i meccanismi di pianificazione e controllo che possono ridurre le attese e valorizzare il servizio pubblico.