Javier Bardem, uno dei più grandi attori spagnoli della nostra epoca, ha recentemente aperto il suo cuore sul tema della salute mentale.
Durante la presentazione del suo ultimo film, El ser queridoal Festival di Cannes 2026, Bardem ha condiviso con il pubblico e la stampa la sua esperienza personale con la terapia e il ruolo fondamentale che il cinema gioca nella sua vita.
Nato a Las Palmas de Gran Canaria, Bardem ha iniziato la sua carriera cinematografica con un ruolo che lo ha reso famoso a livello internazionale: Reinaldo Arenas in Prima che sia notte di Julian Schnabel.
Questo ruolo gli ha valso la sua prima nomination agli Oscar e ha aperto le porte di Hollywood. Negli anni successivi, ha recitato in film di grande successo come Collateral e L’ultimo inquisitorema è stato il suo ruolo in Non è un paese per vecchi dei fratelli Coen a consacrarlo come uno degli attori più rispettati dell’industria cinematografica.
Nel suo ultimo film, Bardem interpreta Esteban Martínez, un regista cinematografico che cerca di ricostruire il rapporto con sua figlia durante le riprese di un nuovo progetto.
Durante la conferenza stampa, Bardem ha parlato del potere curativo del set cinematografico: “Sono ancora un malato, continuo ad andare in terapia puntualmente. Mi aiuta a capire su cosa devo lavorare, cosa devo mostrare, e ad avere meno paura di condividere le mie emozioni. A farmene carico. Fare film è, quindi, un modo per condividere l’aria che mi dà la terapia. Forse è proprio questo che mi permette il cinema: poterlo fare in modo costruttivo, affinché abbia un senso per qualcuno al di là di me stesso.
E questo è più che sufficiente.”
In un mondo sempre più bombardato da notizie di guerra e crisi umanitarie, molti di noi sperimentano la war fatigueuna stanchezza emotiva che ci porta a distaccarci dalle sofferenze altrui. Secondo un’indagine recente, il 73% degli italiani entra quotidianamente in contatto con notizie su conflitti ed emergenze, ma quasi uno su due manifesta forme di distacco emotivo.
Nonostante ciò, sette italiani su dieci dichiarano di aver compiuto almeno un’azione concreta per aiutare.
Cosimo Finzi, direttore dell’Istituto di ricerca AstraRicerche, ha spiegato che il problema principale è il sovraccarico informativo. “Siamo sommersi da messaggi emozionali e non riusciamo ad essere davvero attivati. La comunicazione ibrida unisce l’emozione del racconto vero in prima persona alla sua concretezza.” Finzi ha anche sottolineato l’importanza delle piccole donazioni, che, sommate, possono fare una grande differenza.
Un altro tema di grande attualità è la sindrome dell’impostoreuna sensazione di inadeguatezza che colpisce molti professionisti, soprattutto quelli ad alta competenza. Questa sindrome si manifesta con la convinzione che i propri successi siano frutto della fortuna o di circostanze favorevoli, piuttosto che delle proprie competenze. Chi ne soffre tende a minimizzare i feedback positivi e a sedimentare le critiche, alimentando un ciclo di perfezionismo ed esaurimento.
La sindrome dell’impostore è particolarmente rilevante tra chi indossa una divisa, come agenti di polizia, carabinieri, finanzieri e militari. Questi professionisti operano in contesti ad alta complessità psicologica, dove le competenze difficili da quantificare possono portare a una sensazione di inadeguatezza. La sindrome si acutizza nelle fasi di cambiamento, come una promozione o l’assunzione di nuove responsabilità.