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Nella Cappella Paolina del Palazzo apostolico vaticano si sono svolti gli Esercizi spirituali per la Quaresima predicati dal vescovo Erik Varden, cistercense della Stretta Osservanza e prelato di Trondheim.
Nel corso della settima meditazione, intitolata «Io lo glorificherò», il relatore ha invitato a guardare la Croce non solo come luogo di sconfitta, ma come rivelazione di una gloria nascosta che già penetra la storia umana. Le tendenze emergenti mostrano come questa lettura combini spiritualità antica e sensibilità teologica contemporanea.
La riflessione parte dalle immagini evangeliche: il ritiro dei molti discepoli al richiamo radicale di Gesù e la presenza, sul Calvario, soltanto di Maria e di Giovanni, il Discepolo Amato.
Questo quadro storico suggerisce un doppio movimento della kenosi: da una parte l’amorosa donazione divina, dall’altra la fuga della lealtà umana. Secondo i testi citati nella meditazione, proprio in questo abbandono si intravede la manifestazione della gloria.
Quando Gesù parla di restare con lui e di entrare nel Regno, molti scelgono di allontanarsi. Non accettano il realismo dei sacramenti, l’indissolubilità del matrimonio o la chiamata alla Croce.
La scena del Calvario mostra che ciò che è stato detto e promesso può apparire incomprensibile fino al punto del tradimento. Tuttavia la meditazione sottolinea che la fuga dei seguaci non annulla, ma anzi evidenzia la singolarità della gloria che si manifesta in Cristo. Il messaggio fondamentale è che la prova estrema mette a nudo la verità dell’amore divino.
Giovanni offre un racconto in cui la kenosi si articola su due livelli: l’erosione dell’ego umano e l’opera salvifica di Dio che si compie nella Croce.
La sofferenza di Cristo non è solo un evento storico, ma un atto teologico che mostra come la gloria possa assumere la forma dell’umiliazione. La meditazione richiama letture agostiniane e bernardiane: la speranza attende la sua pienezza nello sguardo personale a Dio, pur portando già in sé una forma oscura che anticipa la luce.
La Chiesa è presentata come memoria e rivelazione della gloria nascosta che abita ogni persona.
Attraverso il Corpo mistico di Cristo essa ricorda che la mediocrità, le incoerenze e i fallimenti non esauriscono il progetto divino. I santi, in questa prospettiva, non appaiono come perfezioni immediate ma come testimonianze della trasfigurazione possibile della fragilità umana. Malattia, debolezza e sofferenza diventano strumenti che la grazia può piegare a scopo redentivo.
I sacramenti sono indicati come luoghi privilegiati in cui la gloria si nasconde e si manifesta: nel confessionale, nell’unzione degli infermi, nelle ordinazioni e soprattutto nell’Eucaristia.
Ogni celebrazione sacramentale porta con sé la possibilità di una luce che sorprende. Non si tratta di mera ritualità, ma di un incontro trasformante. Nella meditazione è citata una testimonianza in cui il sacerdote sperimenta il sentirsi strumento di una bellezza che guarisce e illumina, per cui anche la morte perde la sua ultima parola.
Per i credenti la lettura proposta invita a non disperare di fronte alle debolezze personali: la gloria è impressa nell’immagine umana e, seppure offuscata, può essere liberata.
La Chiesa è descritta come comunità che aiuta a rimuovere gli strati di oscurità, offrendo grazia e mezzi concreti per la trasformazione. Chiedere aiuto nella preghiera e nei sacramenti significa riconoscere che la trasformazione è possibile e che la speranza cristiana è una promessa radicata nella storia pasquale di Cristo.
Il futuro arriva più veloce del previsto: la meditazione di Erik Varden sollecita a lasciar operare la luce nascosta nei dettagli quotidiani, con la fiducia che ciò che oggi appare sepolto potrà essere manifestato in pienezza.
Secondo i dati teologici richiamati, la tensione tra abbandono e rivelazione resterà un tema centrale del cammino cristiano.