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La pandemia ha trasformato il modo in cui si valuta il legame tra malattia e società: anche dopo la fase acuta delle infezioni da SARS-CoV-2 permangono conseguenze che interessano salute individuale e capacità produttiva.
Il fenomeno noto come long-Covid non è un’entità uniforme ma un insieme di condizioni che spesso si manifestano in modo variabile e persistente; in termini pratici, lo possiamo intendere come un prolungamento dei sintomi o l’insorgere di nuove problematiche dopo l’infezione acuta. Capire la portata epidemiologica e il peso economico è fondamentale per non sottovalutare una sfida che supera il solo ambito clinico.
Una relazione dell’OCSE analizza proprio questi aspetti e fornisce stime e raccomandazioni operative.
Secondo il documento, il long-Covid potrebbe tradursi in oneri economici rilevanti nei prossimi anni: lo studio ipotizza un impatto cumulativo che può arrivare a oltre 145 miliardi di dollari all’anno entro il 2035 se non vengono messe in atto adeguate strategie di prevenzione e cura. Parallelamente, i dati sulla prevalenza e la durata dei sintomi rimangono variabili tra Paesi e popolazioni, rendendo necessario un approccio informato e adattabile.
La letteratura indica che fra il 5% e il 15% delle persone contagiate sviluppa forme di long-Covid, con sintomi che possono coinvolgere multi-sistemi. In alcuni Paesi, come l’Italia, indagini tra i medici di medicina generale nel 2026 hanno riportato percentuali superiori al 9% tra i pazienti segnalati e, in circa un terzo dei casi, la sintomatologia si è protratta oltre un anno. È importante sottolineare che il long-Covid non è sempre proporzionale alla gravità dell’infezione iniziale: individui con decorso lieve possono manifestare problemi cronici, il che rende la sorveglianza e il supporto clinico particolarmente complessi.
Tra le manifestazioni più comuni si annoverano la disfunzione cognitiva (spesso definita come “nebbia mentale“), un’affaticabilità marcata, la disautonomia e il malessere post-sforzo. Questi quadri clinici possono compromettere la qualità di vita e la capacità lavorativa: sintomi intermittenti o fluttuanti complicano diagnosi e impostazione terapeutica. Gli operatori sanitari segnalano anche carenze formative specifiche: la variabilità dei criteri diagnostici e l’assenza di percorsi standardizzati ostacolano la presa in carico efficace dei pazienti.
Al culmine della pandemia, nel 2026, il long-Covid aveva colpito circa il 5% della popolazione residente nei Paesi OCSE — una cifra stimata intorno ai 75 milioni di persone — con costi sanitari diretti valutati in circa 53 miliardi di dollari. Le proiezioni più recenti prevedono una prevalenza molto ridotta nei prossimi anni, con valori ben al di sotto dell’1% tra il 2026 e il 2035; tuttavia il minor numero di casi non azzera l’impatto economico.
L’OCSE distingue chiaramente tra costi sanitari diretti e ricadute indirette legate al mercato del lavoro.
Lo studio stima che i costi sanitari diretti attribuibili al long-Covid potrebbero incidere tra lo 0,07% e lo 0,14% della spesa sanitaria complessiva dei Paesi OCSE, equivalente fino a circa 11 miliardi di euro all’anno. Più rilevanti appaiono però i costi indiretti: assenteismo, presenteismo, pensionamenti anticipati e perdite di produttività vengono stimati tra lo 0,1% e lo 0,2% del PIL, ovvero intorno ai 135 miliardi di dollari all’anno.
Queste voci spiegano perché il peso totale ipotizzato possa raggiungere l’ordine di grandezza indicato dall’OCSE.
Secondo il rapporto, solo pochi Paesi hanno sviluppato percorsi strutturati per la gestione dei cittadini con long-Covid: tra questi figurano Austria, Belgio, Francia, Germania, Lussemburgo e Olanda. Altrove la situazione rimane frammentaria, con criteri di diagnosi non uniformi, linee guida non sempre adeguate e carenze nella formazione degli operatori.
L’OCSE sollecita l’adozione di strategie condivise che affrontino il long-Covid non solo come questione medica ma anche come tema di politica economica e sociale, promuovendo investimenti in percorsi riabilitativi, sorveglianza e formazione specialistica.
In conclusione, il long-Covid rappresenta una sfida complessa che richiede un equilibrio tra interventi sanitari mirati e politiche che limitino l’impatto sulla produttività. Integrare dati epidemiologici, risorse cliniche e misure di supporto al lavoro può ridurre sia il peso individuale della malattia sia i costi collettivi stimati dall’OCSE, evitando che questo problema rimanga un “costo nascosto” della pandemia.