Argomenti trattati
Ho compilato un questionario prima di partecipare a un ritiro di meditazione theravāda: domande su depressione, uso di psicofarmaci, tendenze suicide e terapie in corso.
Quelle schede servono per un motivo: la pratica prolungata e il silenzio radicale del ritiro possono mettere in moto reazioni inattese. Il programma prevedeva quasi dodici ore al giorno di meditazione seduta, pause per la camminata meditativa, discorsi dei maestri, pasti in silenzio e divieti assoluti di lettura, scrittura e musica. I primi giorni sono stati intensi e positivi, poi qualcosa è cambiato.
Al quarto giorno ho cominciato a dormire male: lampi di luce dietro gli occhi e un’agitazione simile a quella da caffeina, pur non avendone assunto.
Il quinto giorno l’ansia è esplosa: cercavo tregua fuori dal convento per fumare e incontravo un compagno di ritiro eccentrico che, nonostante tutto, mi regalava un sorriso. Dentro di me si era attivata una vecchia tendenza: soffro di DOC fin dall’adolescenza, con loop di pensieri intrusivi che generano panico fisico. Quella notte le ossessioni tornarono più forti, accompagnate da una tristezza profonda che ricordava la depressione. Ho resistito alla prova per orgoglio e per la voglia di non mollare, ma a un certo punto ho ascoltato musica a volume alto e ho ballato da sola, come se servisse a spezzare la tensione.
Durante il momento di condivisione finale ho parlato apertamente: citando il titolo di Ajahn Brahm, ho detto di aver ricevuto “una camionata di merda” durante il ritiro. Alcuni hanno trasalito, altri hanno proseguito con racconti mistici di pace. Solo dopo la seduta una signora anziana mi ha ringraziata, confessando che anche lei teme di essere giudicata quando condivide i propri disagi. In quel sorriso ho ritrovato la necessità di dare voce alle difficoltà: il non sentirsi all’altezza è frequente tra i meditanti che vivono esperienze avverse.
Nel libro Le impronte del trauma, lo psicologo David A. Treleaven spiega che il trauma non è solo l’entità dell’evento, ma il suo impatto prolungato sulla fisiologia. Citando Pat Ogden, qualsiasi esperienza che lasci una sensazione di impotenza, terrore e assenza di via d’uscita può essere considerata traumatica. Van der Kolk aggiunge che il corpo delle persone traumatizzate diventa un “contenitore” del terrore: sentire emozioni o sensazioni corporee diventa pericoloso, perché il corpo ricorda il pericolo.
Studi come le Adverse Childhood Experiences hanno mostrato che le esperienze traumatiche precoci aumentano il rischio di depressione cronica, problemi di salute e tentativi di suicidio in età adulta. Non si tratta solo di eventi estremi: crescere in un ambiente con litigi continui può mantenere il cervello in uno stato di allerta e favorire la dissociazione. Per questo motivo, la pratica meditativa può riaprire ferite che non sono state elaborate e rendere necessaria una gestione attenta.
Treleaven propone un approccio trauma-sensitive: prima di un corso MBSR o di un ritiro è importante uno screening che indaghi terapie in corso, uso di farmaci e condizioni psichiatriche gravi. Persone in fase acuta di depressione, con disturbi psicotici o borderline o chi ha subito lutti recenti richiedono valutazione e accompagnamento specialistico. La chiave è riconoscere la finestra di tolleranza: quando la pratica supera i limiti di ciò che una persona può gestire, aumenta il rischio di riattivazione e dissociazione.
In molti casi è opportuno sospendere la meditazione e avviare un percorso di psicoterapia complementare.
Nel mio percorso ho imparato che proteggersi non è un fallimento: lasciare un ritiro, scrivere spiegazioni, consultare un terapeuta o praticare in modo graduale sono atti di cura. Anche piccoli fattori — un odore, un incenso, il contatto fisico o certe parole — possono riaccendere memorie. Insegnanti e formatori non devono necessariamente essere terapeuti, ma devono conoscere le dinamiche del trauma e collaborare con professionisti.
Io stessa ho fondato uno spazio di ascolto, L’Approdo, e inserisco sempre nei miei libri un capitolo sulle controindicazioni della pratica: è una forma di divulgazione, compassione e responsabilità.