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L’Italia dispone di un quadro normativo articolato contro la violenza sulle donne, ma la sua applicazione pratica evidenzia lacune significative.
Analisi internazionali mostrano che molte vittime restano non riconosciute dai percorsi istituzionali, segnalando una discrepanza tra le norme e la capacità dei servizi pubblici di intercettare bisogni e fragilità. Il fenomeno indica una criticità nell’accesso ai supporti specialistici e nella continuità degli interventi sul territorio. In questo contesto il settore sanitario risulta spesso sottoutilizzato come punto di contatto primario per le vittime, con potenziali ricadute negative sulla prevenzione e sulla presa in carico.
Secondo le elaborazioni del Global Burden of Disease 2026, la prevalenza stimata di violenza fisica e/o sessuale perpetrata dal partner negli ultimi 12 mesi è del 5,4% tra le donne di 15 anni o più in Italia. La raccolta informativa nazionale resta tuttavia disomogenea: flussi diversi — dalle forze dell’ordine, dal sistema giudiziario, dai centri antiviolenza e dall’area sanitaria — non dialogano sempre in modo coerente.
Questa frammentazione produce una conseguenza concreta: molti episodi non sono registrati e il fenomeno risulta parzialmente invisibile alle istituzioni. Inoltre, le differenze metodologiche tra rilevazioni ostacolano confronti temporali e geografici affidabili, complicando la valutazione dell’efficacia delle politiche pubbliche. Il miglioramento dei sistemi informativi e l’integrazione dei dati sono
Il cosiddetto gap di riconoscimento indica la difficoltà di integrare dati provenienti da sistemi separati.
I database spesso seguono criteri diversi e non comunicano tra loro. La carenza di standard operativi nazionali uniformi aggrava la frammentazione. La disponibilità di servizi varia a livello regionale e la dipendenza da finanziamenti non stabili riduce la capacità di risposta. Molti bisogni rimangono quindi non soddisfatti, rendendo urgente l’armonizzazione dei registri e il rafforzamento dei percorsi di presa in carico.
Nel quadro italiano sono state approvate norme rilevanti, tra cui la Legge 119/2013, il Codice Rosso del 2019, la Legge 53/2026 sul sistema statistico integrato e la legge sul delitto di femminicidio 181/2026. Tuttavia, lo studio rileva che la sola esistenza delle norme non garantisce l’effettiva attuazione delle misure. Per convertire la normativa in risultati concreti sono necessarie attuazione strutturale, risorse dedicate e percorsi operativi chiari tra ministeri, aziende sanitarie e forze dell’ordine.
In assenza di questi elementi, la normativa resta parziale e i servizi territoriali faticano a coordinarsi, con conseguente mancata presa in carico di molte vittime.
Nel territorio si segnalano criticità che ostacolano la presa in carico integrata delle vittime. I servizi risultano frammentati e spesso funzionano su progetti temporanei. Questa struttura intermittente indebolisce la continuità dell’offerta e compromette l’accesso a percorsi protetti.
La mancanza di un coordinamento multisettoriale stabile aumenta la dipendenza dalle organizzazioni del terzo settore.
Le attività di front-line sono prevalentemente gestite da enti non statali, con conseguente disomogeneità nell’assistenza.
Dopo le criticità operative, il settore sanitario rimane il primo punto di accesso per molte persone vittime di violenza. I servizi clinici spesso intercettano episodi che altrimenti resterebbero non denunciati. Tuttavia il riconoscimento formale della violenza da parte delle strutture sanitarie è esiguo: nei Paesi che forniscono dati, la copertura stimata arriva solo all’1,3%-5,6% del fabbisogno.
I centri antiviolenza conservano un ruolo centrale nell’accoglienza, nell’assistenza legale e nel sostegno psicologico alle sopravvissute. Queste strutture, spesso attivate da organizzazioni del terzo settore, soffrono però di scarsa stabilità finanziaria. La frammentazione dei percorsi e la mancanza di integrazione con la rete pubblica ostacolano la presa in carico continuativa.
Per garantire risposte efficaci è necessaria una strategia sistemica. Occorrono protocolli condivisi tra ospedali, servizi territoriali e centri antiviolenza.
Servono inoltre finanziamenti stabili e meccanismi di monitoraggio per misurare l’efficacia degli interventi. Senza queste misure molte persone continueranno a non ricevere un supporto integrato e duraturo.
Per colmare il divario tra norme e pratica quotidiana è necessaria una governance chiara con mandati definiti e finanziamenti non competitivi. Occorre inoltre un sistema informativo integrato in grado di monitorare percorsi ed esiti e facilitare interoperabilità tra servizi.
Servono standard operativi nazionali e il pieno coinvolgimento delle organizzazioni di donne, oltre all’inserimento della prevenzione primaria nelle politiche pubbliche lungo tutto il ciclo di vita. A livello operativo è indispensabile rafforzare i punti di accesso, dotare la sanità di strumenti di rilevazione e presa in carico e assicurare continuità ai centri sul territorio con coordinamenti multisettoriali funzionanti.
Solo attraverso un impegno politico e organizzativo coerente sarà possibile ridurre la quota di vittime invisibili e migliorare percorsi di protezione e accesso alla giustizia.
Tra gli sviluppi attesi resta la piena attuazione delle misure di monitoraggio e delle reti territoriali per garantire continuità delle risposte.