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Chi: la compagnia PoEM, diretta da Gabriele Vacis. Cosa: un progetto teatrale che prende spunto da un racconto di Karen Blixen. Quando e dove: lo spettacolo è in programmazione in teatri nazionali e spazi culturali (date e sedi comunicate dagli organizzatori). Perché: propone una riflessione sul cibo, sul valore dell’arte e sulla tensione tra generosità e privazione.
La regia di Vacis e le scenofonie firmate da Roberto Tarasco costituiscono il nucleo dell’allestimento.
I performer di PoEM convertono testo, suono e immagine in un’esperienza condivisa che mette al centro relazioni e matericità.
I performer di PoEM convertono testo, suono e immagine in un’esperienza condivisa che mette al centro relazioni e matericità. La regia privilegia la concretezza del gesto scenico e ne sottolinea il valore simbolico.
Il testo rielaborato osserva vite incomplete e occasioni mancate, evidenziando la tensione tra piacere e rinuncia.
La messa in scena trasforma il consumo del cibo in atto relazionale: il gesto del nutrirsi diventa strumento per misurare affetti, rimpianti e riconoscimenti.
Dal punto di vista drammaturgico la regia di Vacis mette in primo piano la dimensione umana dell’azione. L’intento è restituire al pubblico la percezione del talento non solo come valore estetico, ma come elemento capace di costruire significati condivisi.
Roberto Tarasco propone una modalità performativa che integra parola, suono e immagine per estendere la percezione del pubblico.
L’approccio scenofonico non si limita all’accompagnamento musicale; diventa componente strutturale della narrazione.
Le scenofonie costruiscono un paesaggio sensoriale in cui il suono guida l’attenzione, segnala tensioni emotive e rende espliciti elementi impliciti del racconto. La combinazione di linguaggi genera uno spazio performativo che assume funzione di laboratorio di senso e favorisce la condivisione di significati tra interpreti e spettatori.
Dal punto di vista drammaturgico, la tecnica mira a restituire al pubblico non solo il valore estetico del talento, ma la sua capacità di produrre relazioni sociali e memorie collettive.
La rappresentazione prosegue evidenziando il ruolo centrale del dono come dispositivo performativo. Il pasto preparato in scena assume valore simbolico e funzione relazionale. Questa scelta scenica collega l’atto creativo alla sua ricaduta sociale.
Il dono è inteso qui come offerta che trasforma sia chi la compie sia chi la riceve. L’atto mette in discussione il riconoscimento sociale dell’artista e la capacità della comunità di integrare il talento.
Dal punto di vista culturale, l’opera propone l’arte come nutrimento morale: un elemento che genera memoria collettiva e relazioni durature.
La drammaturgia insiste sulla reciprocità tra chi produce senso e chi lo accoglie. Il gesto del donare diventa misura del valore attribuito all’opera fuori dalle categorie mercantili. L’effetto previsto è la creazione di legami solidali che estendono la fruizione oltre la singola performance.
L’effetto previsto rafforza i legami solidali e amplia la fruizione oltre la singola performance. Lo spettacolo mette in evidenza la condizione di chi non riesce a esprimere pienamente il proprio potenziale e la responsabilità collettiva nel riconoscimento del valore altrui.
La scena si presenta come uno spazio simbolico in cui emergono contraddizioni sociali e morali. Da un lato figurano soggetti che eccedono nei comportamenti; dall’altro compaiono persone private di risorse o opportunità.
Il teatro traduce queste tensioni in immagini e gesti volti a sollecitare una valutazione critica.
Dal punto di vista strategico, l’opera utilizza il pasto e la condivisione come dispositivi performativi per rendere tangibile il contrasto tra abbondanza materiale e miseria morale. Le scelte registiche privilegiano momenti di silenzio e gestualità simbolica per facilitare l’identificazione emotiva del pubblico.
I dati qualitativi raccolti dalle repliche mostrano una risposta del pubblico orientata alla riflessione e al dialogo.
Azioni concrete implementabili in sede critica includono l’organizzazione di dibattiti post-spettacolo e la documentazione delle reazioni per alimentare una conversazione pubblica sul riconoscimento sociale.
Proseguendo dall’analisi delle reazioni post-spettacolo, il tema del cibo assume una valenza pubblica e politica. I dati mostrano un contrasto netto: circa 840 milioni di persone soffrono la fame, mentre oltre 2,4 miliardi risultano in sovrappeso o obese.
Questo divario traduce in cifre il paradosso tra privazione ed eccesso e solleva questioni su spreco, modelli di consumo e distribuzione delle risorse.
Nella messinscena il cibo si trasforma in simbolo di esclusione, desiderio e cultura. Lo spettacolo chiede di guardare oltre l’immagine conviviale della tavola per valutare implicazioni etiche e politiche. Dal punto di vista strategico, la rappresentazione mira a stimolare pratiche solidali e a orientare il dibattito pubblico su accesso alimentare, responsabilità delle filiere e sostenibilità.
Lo spettacolo propone, in chiave contemporanea, la riconfigurazione del gesto del donare come pratica collettiva. Attraverso un pasto simbolico al centro della scena, la messa in scena mira a stimolare pratiche solidali e a orientare il dibattito pubblico su accesso alimentare, responsabilità delle filiere e sostenibilità. Il linguaggio misto privilegia l’ascolto e sollecita una partecipazione attiva del pubblico.
La regia rimodula un racconto noto per trasformarlo in riflessione sociale.
Le scenofonie, intese come integrazione di suono e spazio scenico, accompagnano le interpretazioni di PoEM. Dal punto di vista strategico, l’opera cerca di connettere estetica e impegno civico, suggerendo che nutrirsi è anche riaffermazione di comunità e riconoscimento di competenze. Lo spettacolo apre un canale di discussione pubblico sulle pratiche culturali legate al cibo e sulle politiche di sostegno alle comunità vulnerabili, tema destinato a evoluzioni nelle stagioni successive.