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La riorganizzazione dell’assistenza territoriale prevista dal Dm 77/2026 procede a passo incerto.
Case di comunità, Ospedali di comunità e Centrali Operative Territoriali sono i pilastri del modello, ma le ultime rilevazioni segnate da Agenas evidenziano uno stato di avanzamento molto frammentario e lontano dagli obiettivi stabiliti: l’attuazione completa deve avvenire entro la scadenza del prossimo 30 giugno. La fotografia aggiornata dei cantieri e delle attivazioni aiuta a capire dove si concentra il problema.
Secondo il monitoraggio, al 31 dicembre 2026 delle 1.715 Case di comunità da attivare entro il 2026 (di cui 1.038 rientrano nel target minimo del Pnrr) appena 66 risultano pienamente operative: offrono tutti i servizi previsti e dispongono della dotazione di personale medico e infermieristico secondo gli standard (24 ore su 24 per 7 giorni per le hub e 12 ore per 6 giorni per le spoke). Altre 781 strutture hanno almeno un servizio attivo, mentre 265 sono a uno stadio intermedio con almeno cinque servizi funzionanti.
Il ritardo non riguarda solo le Case: degli 594 Ospedali di comunità programmati, ne sono attivi 163. Questo gap strutturale si somma alle difficoltà organizzative, creando un quadro in cui molte realtà appaiono avviate ma non pienamente fruibili dai cittadini. In pratica, l’infrastruttura esiste in parte ma non sempre eroga l’offerta prevista.
Nonostante l’implementazione incompleta, è possibile delineare il profilo dei servizi che stanno emergendo.
In 609 strutture sono presenti servizi di cure primarie, in 667 sono attivi ambulatori specialistici, in 714 servizi infermieristici, in 715 il servizio di prenotazione collegato al Cup e in 697 lo sportello per l’integrazione con i servizi sociali. Altri numeri: diagnostica di base 573, guardia medica 498, punto prelievi 651, consultori per minori 485, vaccinazioni 522, screening 606, servizi per salute mentale 334, dipendenze 164 e neuropsichiatria infantile 306.
Questi dati mostrano che la struttura funzionale prende forma, ma non sempre con la completezza richiesta.
Il nodo più critico rimane la forza lavoro: soltanto 204 Case di comunità hanno la presenza medica prevista e 216 quella infermieristica secondo gli standard stabiliti. Esiste il paradosso di 219 strutture in cui tutti i servizi obbligatori sono tecnicamente attivi, ma mancano i professionisti secondo i livelli indicati.
Su questo fronte interviene il sindacato Fimmg, che avverte come, senza l’applicazione corretta dell’Accordo collettivo nazionale della medicina generale, le strutture rischino di diventare delle “scatole vuote“. Il segretario Silvestro Scotti ha inoltre stimato che, con l’accordo applicato, si potrebbe prevedere la disponibilità di “per ciascun turno di lavoro di quasi tre medici di famiglia”.
La distribuzione geografica delle Case pienamente operative mostra forti squilibri a favore del Nord: delle 66 strutture complete, 22 sono in Lombardia, 15 in Emilia-Romagna, 6 nel Lazio, 5 in Piemonte, 4 in Liguria, 3 in Veneto, 2 in Molise, 2 in Sicilia, 2 in Toscana, 2 in Umbria, e una per Abruzzo, Marche e Valle d’Aosta.
Questa concentrazione alimenta critiche politiche: la senatrice Mariolina Castellone (M5S) parla di un divario “drammatico” tra Nord e Sud che rischia di accentuare le disuguaglianze; Marina Sereni (Pd) denuncia invece una “inerzia più totale” nell’attuazione della riforma.
Non mancano contestazioni ai numeri pubblicati da Agenas. L’assessore alla Salute della Regione Basilicata, Cosimo Latronico, ha sostenuto che i dati riportati non rispecchiano la reale fase di completamento infrastrutturale e organizzativo della sua Regione e ha garantito il rispetto delle scadenze previste.
Queste prese di posizione evidenziano come la lettura delle cifre possa variare a seconda di criteri tecnici e tempistiche locali.
Per centrare l’obiettivo complessivo sarà necessario accelerare su più fronti: completamento infrastrutturale, reclutamento e distribuzione del personale sanitario, integrazione con i servizi sociali e pianificazione omogenea tra regioni. Solo così le Case di comunità potranno diventare punti di riferimento per la prevenzione, la cura territoriale e la continuità assistenziale, evitando che la riforma rimanga una serie di strutture parziali piuttosto che una rete coerente a beneficio dei cittadini.