Scarpe da record: come le Adizero Adios Pro Evo 3 hanno cambiato la maratona

Alessandro Bianchi

Ha lanciato prodotti tech usati da milioni di persone e altri che hanno fallito miseramente. Questa è la differenza tra lui e chi scrive di tecnologia avendola solo letta: conosce il sapore del successo e quello del pivot delle 3 di notte. Quando recensisce un prodotto o analizza un trend, lo fa da chi ha dovuto prendere decisioni simili. Zero hype, solo sostanza.

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Il 26 aprile 2026 segna un punto di svolta nell’atletica: durante la Maratona di Londra è stata infranta per la prima volta in gara la barriera delle due ore, e al centro della scena non c’era solo l’atleta ma anche il mezzo tecnico che ha reso possibile il risultato.

Da quel giorno il confronto tra meriti personali e contributo della tecnologia nella corsa è tornato al centro del dibattito pubblico. Molte testate e appassionati si interrogano su quanto peso abbia avuto la scarpa rispetto al valore umano della prestazione.

Il protagonista materiale di questa svolta è la Adidas Adizero Adios Pro Evo 3, una calzatura dal peso sorprendente: appena 97 grammi. Questo dato ha alimentato discussioni sulla natura del progresso sportivo e sul confine tra innovazione legittima e possibile tecnodoping.

Allo stesso tempo, emergono questioni di accessibilità, sicurezza per chi non è abituato a tecnologie così spinte e implicazioni regolamentari per il futuro della disciplina.

La scarpa che ha riscritto i numeri

Le Adizero Adios Pro Evo 3 rappresentano una svolta tecnica che va oltre il semplice marketing: con soli 97 grammi montano una tomaia ricavata da materiali ispirati al mondo del kitesurf e una piastra in carbonio sagomata a ferro di cavallo che accompagna il profilo del piede.

Secondo Adidas, la combinazione di questi elementi determina un miglioramento dell’economia di corsa pari al 1,6% rispetto al modello precedente. Questa percentuale può sembrare marginale, ma su una prestazione di livello superiore la piccola variazione si traduce in guadagni misurabili sui tempi finali.

Il peso e i materiali

Ridurre il peso sotto la soglia dei 100 grammi ha richiesto scelte radicali di design: la tomaia usa materiali ultraleggeri mutuati da altri sport, mentre la schiuma e la piastra in carbonio sono ottimizzate per restituire energia alla falcata.

Le tecnologie riprendono concetti introdotti nella fase del massimalismo, in cui l’uso di schiume reattive come la PEBA e l’inserimento di piastre rigide sono diventati determinanti, un percorso iniziato con il progetto Breaking2 di Nike e Kipchoge nel 2017-2019. In pratica, si è cercato di ottenere il massimo rapporto tra ritorno energetico e leggerezza.

Prestazione e controversie

Il risultato cronometrico parla chiaro: tutti i dieci migliori tempi maschili di sempre nella maratona sono stati ottenuti dopo il 2016, epoca di diffusione delle cosiddette super scarpe.

Il nuovo primato, segnato dal corridore Sabastian Sawe a Londra, è arrivato con un miglioramento del personale di oltre due minuti grazie al passaggio al modello Evo 3, un salto che ha riacceso la discussione su dove finisca il merito dell’atleta e dove inizi quello della tecnologia. Per alcuni osservatori la linea è ormai sfumata: le scarpe incidono in modo decisivo sulle prestazioni di vertice.

Dibattito tra puristi e innovatori

Nei forum e nelle interviste si ripete la stessa domanda: è ancora sport se la calzatura regala vantaggi così significativi? I puristi evocano paragoni storici, come il celebre trionfo a piedi nudi di Abebe Bikila a Roma 1960, per sottolineare lo spirito originario della fatica atletica.

Dall’altra parte, sostenitori dell’innovazione ricordano che l’evoluzione del materiale e del design è parte integrante della storia dello sport. Il punto centrale rimane il confine tra innovazione lecita e vantaggio artificiale da regolamentare.

Chi può davvero beneficiare delle super scarpe

Nonostante l’impatto mediatico, le Adizero Adios Pro Evo 3 non sono concepite per il corridore occasionale. Con un prezzo che si aggira sui 500 euro e un progetto pensato per atleti d’élite, queste scarpe richiedono una meccanica di corsa specifica: chi adotta un appoggio sull’avampiede e mantiene ritmi molto elevati trae il maggiore vantaggio.

Per i podisti amatoriali l’uso di dispositivi così estremi può rivelarsi non solo superfluo ma anche rischioso per l’equilibrio articolare e la prevenzione degli infortuni, se non si adegua tecnica e condizionamento.

Guardando oltre il clamore, la vicenda solleva questioni concrete: regolamentazione delle calzature in gara, sostenibilità economica dell’accesso alle tecnologie, e responsabilità dei produttori nel comunicare limiti d’uso. La rottura della barriera delle due ore il 26 aprile 2026 non è solo una pagina di cronaca sportiva, ma l’avvio di un confronto più ampio su quale futuro vogliamo per la maratona, tra merito umano e ingegno tecnologico.