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Il 26 aprile 2026 segna un punto di svolta nell’atletica: durante la Maratona di Londra è stata infranta per la prima volta in gara la barriera delle due ore, e al centro della scena non c’era solo l’atleta ma anche il mezzo tecnico che ha reso possibile il risultato.
Da quel giorno il confronto tra meriti personali e contributo della tecnologia nella corsa è tornato al centro del dibattito pubblico. Molte testate e appassionati si interrogano su quanto peso abbia avuto la scarpa rispetto al valore umano della prestazione.
Il protagonista materiale di questa svolta è la Adidas Adizero Adios Pro Evo 3, una calzatura dal peso sorprendente: appena 97 grammi. Questo dato ha alimentato discussioni sulla natura del progresso sportivo e sul confine tra innovazione legittima e possibile tecnodoping.
Allo stesso tempo, emergono questioni di accessibilità, sicurezza per chi non è abituato a tecnologie così spinte e implicazioni regolamentari per il futuro della disciplina.
Le Adizero Adios Pro Evo 3 rappresentano una svolta tecnica che va oltre il semplice marketing: con soli 97 grammi montano una tomaia ricavata da materiali ispirati al mondo del kitesurf e una piastra in carbonio sagomata a ferro di cavallo che accompagna il profilo del piede.
Secondo Adidas, la combinazione di questi elementi determina un miglioramento dell’economia di corsa pari al 1,6% rispetto al modello precedente. Questa percentuale può sembrare marginale, ma su una prestazione di livello superiore la piccola variazione si traduce in guadagni misurabili sui tempi finali.
Ridurre il peso sotto la soglia dei 100 grammi ha richiesto scelte radicali di design: la tomaia usa materiali ultraleggeri mutuati da altri sport, mentre la schiuma e la piastra in carbonio sono ottimizzate per restituire energia alla falcata.
Le tecnologie riprendono concetti introdotti nella fase del massimalismo, in cui l’uso di schiume reattive come la PEBA e l’inserimento di piastre rigide sono diventati determinanti, un percorso iniziato con il progetto Breaking2 di Nike e Kipchoge nel 2017-2019. In pratica, si è cercato di ottenere il massimo rapporto tra ritorno energetico e leggerezza.
Il risultato cronometrico parla chiaro: tutti i dieci migliori tempi maschili di sempre nella maratona sono stati ottenuti dopo il 2016, epoca di diffusione delle cosiddette super scarpe.
Il nuovo primato, segnato dal corridore Sabastian Sawe a Londra, è arrivato con un miglioramento del personale di oltre due minuti grazie al passaggio al modello Evo 3, un salto che ha riacceso la discussione su dove finisca il merito dell’atleta e dove inizi quello della tecnologia. Per alcuni osservatori la linea è ormai sfumata: le scarpe incidono in modo decisivo sulle prestazioni di vertice.
Nei forum e nelle interviste si ripete la stessa domanda: è ancora sport se la calzatura regala vantaggi così significativi? I puristi evocano paragoni storici, come il celebre trionfo a piedi nudi di Abebe Bikila a Roma 1960, per sottolineare lo spirito originario della fatica atletica.
Dall’altra parte, sostenitori dell’innovazione ricordano che l’evoluzione del materiale e del design è parte integrante della storia dello sport. Il punto centrale rimane il confine tra innovazione lecita e vantaggio artificiale da regolamentare.
Nonostante l’impatto mediatico, le Adizero Adios Pro Evo 3 non sono concepite per il corridore occasionale. Con un prezzo che si aggira sui 500 euro e un progetto pensato per atleti d’élite, queste scarpe richiedono una meccanica di corsa specifica: chi adotta un appoggio sull’avampiede e mantiene ritmi molto elevati trae il maggiore vantaggio.
Per i podisti amatoriali l’uso di dispositivi così estremi può rivelarsi non solo superfluo ma anche rischioso per l’equilibrio articolare e la prevenzione degli infortuni, se non si adegua tecnica e condizionamento.
Guardando oltre il clamore, la vicenda solleva questioni concrete: regolamentazione delle calzature in gara, sostenibilità economica dell’accesso alle tecnologie, e responsabilità dei produttori nel comunicare limiti d’uso. La rottura della barriera delle due ore il 26 aprile 2026 non è solo una pagina di cronaca sportiva, ma l’avvio di un confronto più ampio su quale futuro vogliamo per la maratona, tra merito umano e ingegno tecnologico.