Soglie di ipertensione: perché i numeri cambiano e cosa significa per i pazienti

Roberto Capelli

Roberto Capelli di Milano annotò i dati di una mensa aziendale durante un’indagine sul pasto lavorativo; quella visione epidemiologica modellò la sua linea editoriale, orientata a scelte alimentari misurate. In redazione difende chiarezza scientifica e conserva ricette leggere annotate a mano.

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La misurazione della pressione arteriosa è una pratica comune nelle farmacie italiane e spesso genera una domanda semplice ma cruciale: a partire da quale valore una persona può essere definita ipertesa? Un gruppo di ricercatori coordinato dal professor Lamberto Manzoli del Dipartimento di Scienze Mediche e Chirurgiche dell’Università di Bologna ha analizzato il tema confrontando 32 linee guida cliniche emesse da organismi internazionali e nazionali per capire quanto varino le soglie diagnostiche.

Lo studio, pubblicato su Medical Sciences mette in evidenza che non esiste un unico valore di riferimento: le raccomandazioni differiscono a seconda dell’ente che le propone. Tra i documenti esaminati figurano quelli dell’Organizzazione Mondiale della Sanità della Società Europea di Cardiologia della Società Internazionale di Ipertensione e dell’Istituto Nazionale per la salute e l’Eccellenza nella Cura del Regno Unito. Questa variabilità ha ripercussioni pratiche su diagnosi, consigli clinici e terapie.

Evoluzione storica delle soglie per l’ipertensione

La definizione di ipertensione ha subito una progressiva modifica nel tempo. Negli anni ’70 la soglia adottata per definire una persona come ipertesa era superiore a 160/95. Nel corso dei decenni successivi questi limiti si sono gradualmente abbassati, fino ad arrivare, in alcune linee guida recenti pubblicate quest’anno a considerare valori pari a 120/80 come potenzialmente indicativi di ipertensione. Questa riduzione delle soglie ha trasformato in termini numerici la popolazione considerata a rischio.

Disallineamento tra le principali istituzioni

Non tutte le organizzazioni hanno seguito lo stesso percorso. Alcune raccomandazioni, come quelle dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e dell’istituto britannico di riferimento, hanno mantenuto limiti più elevati, tipicamente intorno a 140/90 che sono ancora considerati ipertensione secondo molte linee guida. Questo significa che valori compresi tra 120/80 e 139/89 possono essere interpretati in modo diverso a seconda dello standard adottato.

Implicazioni pratiche per pazienti, clinici e farmacisti

Il professor Lamberto Manzoli sottolinea che, dato che la pressione massima media per le persone ultracinquantenni in Italia si colloca intorno a 130«un numero enorme di italiani sarebbe da considerare iperteso» nel caso in cui si adotti la soglia più bassa. Questo cambiamento non riguarda soltanto l’etichetta diagnostica: abbassare i target comporta infatti che molti pazienti attualmente in terapia non raggiungerebbero più gli obiettivi pressori e potrebbero necessitare di dosi maggiori di farmaci.

Manzoli evidenzia inoltre che «spostare i valori soglia verso il basso non determina soltanto il cambio di stato (da sane a malate) di milioni di persone», ma porta con sé effetti pratici e psicologici: pazienti che diventano permanentemente categorizzati come a rischio, possibili incrementi nell’uso di farmaci e lo stress associato alla percezione di non poter tornare a condizioni “normali”. Esistono poi interessi economici e sanitari che rendono la questione particolarmente delicata.

Ruolo del farmacista e indicazioni operative

Nell’interazione quotidiana con il pubblico il farmacista deve ricordare che non esistono «valori unici, semplici», poiché la valutazione dipende dalle condizioni cliniche e dall’anamnesi del paziente e dalle linee guida seguite. Secondo quanto osservato nello studio, resta condiviso da tutte le linee guida che valori superiori a 140/90 sono considerati ipertensione. Per questo motivo il consiglio generale, sostenuto dal buon senso e dalla normativa, è che per misurazioni oltre 140/90 è opportuno consultare un medico.

Per valori nella fascia compresa tra 120/80 e 139/89 il professor Manzoli suggerisce che «potrebbe essere comunque utile consultare un medico», soprattutto quando si considerano fattori di rischio associati o una storia clinica che possa giustificare una sorveglianza più attenta. Il farmacista

Per i cittadini e gli operatori sanitari la chiave rimane un approccio personalizzato che consideri il singolo paziente, integrando misurazioni ripetute, anamnesi e, quando necessario, la consulenza medica specialistica.