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Succede in casa, in coppia o sul lavoro: una persona sembra continuamente incapace di portare a termine certi compiti. All’inizio si pensa a goffaggine o mancanza di pratica, ma col tempo quella difficoltà assume la forma di un trucco per sottrarsi agli impegni e scaricare il lavoro sugli altri.
In inglese questo comportamento ha un nome chiaro: weaponized incompetence — l’uso, volontario o meno, dell’inefficienza come mezzo per delegare responsabilità. Riconoscerlo non è solo questione di etichettare: significa anche fermare un meccanismo che, se lasciato libero, sbilancia relazioni e carichi di lavoro in modo persistente.
Non confondere un errore isolato con un pattern. Se qualcuno continua a dire «non so farlo» dopo ripetute spiegazioni, chiede istruzioni passo passo su compiti già mostrati o inventa scuse ricorrenti, è il caso di guardare più a fondo. Altri segnali utili: mancanza di iniziativa nel migliorare, frequenti “dimenticanze” su scadenze semplici, o richieste continue di aiuto per attività ormai familiari ad altri membri del gruppo.
Le radici di questa dinamica possono essere molteplici. A volte è culturale: ruoli mal definiti e assenza di metriche incentivano il passaggio di responsabilità. Talvolta è personale: paura del fallimento, desiderio di evitare conflitti o semplice pigrizia. In contesti poco strutturati, chi vuole sottrarsi al lavoro trova incentivi potenti.
Come intervenire: poche regole chiare e controlli semplici. Formalizzare le responsabilità, fissare scadenze esplicite, stabilire check-in regolari per verificare i progressi e applicare criteri di responsabilità nella distribuzione dei compiti.
Anche procedure elementari di monitoraggio e feedback riducono l’attrito operativo e limitano la possibilità di delega non dichiarata.
Alcune frasi apparentemente innocue rivelano molto: «Lo fai meglio tu», «Dimmi passo dopo passo» o «Provo, ma poi lo rovino» diventano segnali quando si ripetono nel tempo. Se, nonostante le spiegazioni, la persona non acquisisce autonomia, è probabile che l’incapacità sia strumentale.
Il risultato pratico è sempre lo stesso: il carico mentale e organizzativo si sposta continuamente su altri, le aspettative calano e chi finisce per accollarsi i compiti perde occasioni di crescita e riconoscimento.
Non servono grandi gesti per consumare una relazione o rallentare un team: piccole scuse quotidiane, richieste eccessive di conferma, messaggi vaghi su chi debba fare cosa. Sono abitudini sottili, ma accumulate portano a risentimento, stanchezza e aderenza a ruoli che non riflettono più equità né efficienza.
Stereotipi di genere, gerarchie informali o una cultura aziendale poco trasparente favoriscono questi comportamenti. Quando non esistono aspettative chiare e misurabili, la responsabilità diventa un campo di contesa: alcuni imparano che fare meno paga, altri si abituano a riprendere il lavoro altrui.
Nel domestico, poi, ruoli tradizionali spesso amplificano il fenomeno, trasformando compiti ingrati in “doveri” di una sola persona.
L’effetto non è solo logistico: chi subisce questo spostamento di carico sperimenta frustrazione, senso di ingiustizia e fatica cronica. Le relazioni si irrigidiscono, si perde fiducia reciproca e cala la motivazione. Sul lavoro, poi, questi squilibri si traducono in inefficienze misurabili e in maggiore rischio di errori o non conformità.
In inglese questo comportamento ha un nome chiaro: weaponized incompetence — l’uso, volontario o meno, dell’inefficienza come mezzo per delegare responsabilità. Riconoscerlo non è solo questione di etichettare: significa anche fermare un meccanismo che, se lasciato libero, sbilancia relazioni e carichi di lavoro in modo persistente.0
In inglese questo comportamento ha un nome chiaro: weaponized incompetence — l’uso, volontario o meno, dell’inefficienza come mezzo per delegare responsabilità. Riconoscerlo non è solo questione di etichettare: significa anche fermare un meccanismo che, se lasciato libero, sbilancia relazioni e carichi di lavoro in modo persistente.1