Negli ultimi anni numerosi studi hanno esaminato come la solitudine sociale e i modi in cui lavoriamo o ci connettiamo influenzino la salute mentale.
Dati su larga scala mostrano tendenze sovrapponibili: chi lavora prevalentemente da remoto, chi usa compulsivamente lo smartphone e chi vive da single possono sperimentare rischi diversi legati all’isolamento, ma le cause e le condizioni variano molto.
Questo articolo mette insieme tre evidenze principali: un’indagine su larga scala sul lavoro da remoto negli Stati Uniti, una ricerca su anziani e uso del cellulare in Cina e riflessioni cliniche sulla singletudine consapevole.
Lo scopo è spiegare i fattori in gioco e sottolineare quando la solitudine si propone come rischio per il benessere psicologico.
Un’analisi che ha aggregato dati raccolti tra il 2011 e il 2026 su oltre 588.000 lavoratori ha confrontato professioni svolte prevalentemente in presenza con quelle compatibili con lo smart working. I ricercatori hanno escluso gli anni 2026-2026 per evitare distorsioni legate alla pandemia.
Il risultato più evidente è che, nel gruppo che può lavorare da remoto, il tempo trascorso da soli è aumentato in media di circa un’ora al giorno e sono emersi segnali più forti di disagio psicologico rispetto ai lavoratori in presenza.
In particolare, tra le persone che vivono da sole l’effetto è stato più marcato: circa il 25% di chi lavorava in remoto e abitava da solo ha dichiarato di trascorrere l’intera giornata senza contatti sociali in presenza.
Questo aumento dell’isolamento è associato a una crescita delle visite psichiatriche e delle prescrizioni di antidepressivi e ansiolitici, suggerendo un impatto concreto sulla domanda di cura.
Dalle risposte emerge che il lavoro a distanza riduce le interazioni informali con colleghi e lo scambio tra team differenti, attività che in ufficio favoriscono la creazione di legami amicali. Gli autori sottolineano che molte amicizie nascono proprio in luoghi di lavoro o in contesti abituali e che il contatto faccia a faccia resta un elemento centrale nella formazione di relazioni durature, non completamente sostituibile dagli strumenti digitali.
Un secondo studio ha esaminato 2.585 adulti di almeno 60 anni in diverse comunità urbane e ha distinto tra uso attivo del telefono (videochiamate, messaggi, condivisione) e consumo passivo (scrolling prolungato, video in solitaria). Utilizzando tecniche di machine learning per individuare i fattori più associati ai sintomi depressivi, i ricercatori hanno trovato che la partecipazione sociale offline è il fattore più protettivo: quando questa è ridotta, il rischio di sintomi depressivi cresce più che per qualsiasi altra variabile considerata.
Accanto alla partecipazione sociale, la dipendenza da smartphone — intesa come uso eccessivo che interferisce con la vita quotidiana — è emersa come secondo fattore rilevante. In particolare, gli anziani che usano raramente funzioni comunicative interattive mostrano un profilo di rischio diverso rispetto a chi utilizza il dispositivo per mantenere relazioni: lo stesso telefono può essere ponte o barriera.
Lo studio ha individuato due gruppi particolarmente a rischio: uomini con bassa istruzione e segnali di uso problematico del telefono, dove la minore alfabetizzazione digitale favorisce forme di intrattenimento passivo; e persone con reddito e istruzione più elevati, che dimostrano come accesso alla tecnologia non equivalga automaticamente a protezione dalla solitudine.
La terza prospettiva è clinica e psicologica: essere single non coincide necessariamente con la solitudine e può rappresentare una scelta volontaria fondata su autonomia, reti sociali ampie e crescita personale. Il concetto di resilienza attiva descrive la capacità di trasformare la singletudine in una risorsa, coltivando amicizie profonde e mantenendo coerenza con i propri bisogni.
Tuttavia, è fondamentale distinguere tra singletudine come scelta consapevole e singletudine come meccanismo di difesa.
Quando la preferenza per la solitudine nasce da paure dell’intimità o da schemi emotivi non risolti, la vita da single può diventare una strategia protettiva che ostacola il benessere. Indicatori utili a questa distinzione sono la qualità delle relazioni sociali, la presenza di attività significative e la capacità di gestire l’intimità senza evitamento cronico.
Interventi mirati, ascolto clinico e progettazione organizzativa possono mitigare i rischi, rendendo possibile coniugare i vantaggi del remoto e della tecnologia con la tutela della vita sociale e del benessere psicologico.