Medici di famiglia nelle Case di comunità: l’atto regionale che fissa sei ore settimanali

Roberto Capelli

Roberto Capelli di Milano annotò i dati di una mensa aziendale durante un’indagine sul pasto lavorativo; quella visione epidemiologica modellò la sua linea editoriale, orientata a scelte alimentari misurate. In redazione difende chiarezza scientifica e conserva ricette leggere annotate a mano.

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Il 17 giugno 2026 le Regioni hanno dato il via a un atto di indirizzo che apre la strada al rinnovo del contratto dei medici di medicina generale e, soprattutto, tenta di assicurare personale alle 1.038 Case di comunità finanziate con 2 miliardi dal Pnrrcon l’obiettivo di farle entrare in funzione entro il 30 giugno.

L’intesa stabilisce una presenza minima di almeno un medico per ogni struttura e impone ai medici di famiglia un impegno fino a un massimo di sei ore settimanali per 48 settimane all’anno.

Contenuti concreti dell’atto di indirizzo e ruoli aziendali

L’atto, definito come passaggio propedeutico al nuovo Accordo collettivo nazionale per il triennio 2026-2027, assegna alle singole aziende sanitarie la responsabilità di quantificare il fabbisogno locale e di distribuire i carichi di lavoro.

In pratica, le aziende dovranno garantire una copertura minima assicurando comunque la presenza di almeno un medico in ciascuna Casa di comunità, pur lasciando margine alle autonomie regionali su come ripartire le ore tra i professionisti.

Il testo specifica inoltre che questo obbligo si aggiunge, in via residuale, ai turni già a carico dei medici a rapporto orario, come coperture notturne, festive e del sabato quando richieste dall’azienda. La proposta è pensata per evitare che le strutture create con fondi pubblici restino «scatole vuote» senza servizi essenziali per i cittadini.

Attori coinvolti e passi amministrativi successivi

Nei giorni precedenti all’approvazione si sono svolti incontri tra rappresentanti regionali, il Capo di Gabinetto del Ministero della salute Marco Mattei e le organizzazioni sindacali di categoria (tra cui FimmgSmi e Snami), con il coordinamento del presidente del Comitato di settore Regioni-Sanità, Marco Alparone. L’intento dichiarato è di utilizzare il canale della contrattazione per consentire alla Sisac e alle sigle sindacali di sottoscrivere in tempi brevi l’accordo atteso, in modo da avviare poi il confronto più ampio sul triennio contrattuale 2026-2027.

Il ruolo dei medici ospedalieri e le sperimentazioni regionali

Accanto alla misura sul lavoro dei medici di famiglia, il 16 giugno 2026 il ministro della Salute Orazio Schillaci ha rilanciato l’ipotesi di consentire ai medici ospedalieri di svolgere attività volontaria nelle Case di comunità, rimuovendo alcune incompatibilità attualmente previste. L’obiettivo è sfruttare competenze specialistiche in neurologia, geriatria e altre discipline per rafforzare l’offerta territoriale fuori orario di lavorosempre su base volontaria e remunerata secondo regole concordate.

Questa strada è già in sperimentazione in alcune regioni, come il Veneto, dove è stato raggiunto un accordo che prevede la presenza dei medici di famiglia tra le 8 e le 20 tramite turnazioni dedicate e coperture notturne e festive da parte di medici a regime orario. Il modello ha suscitato discussioni: le organizzazioni degli ospedalieri hanno espresso disponibilità a collaborare, ma hanno chiesto di non essere considerati semplici “tappabuchi” e di avere un ruolo definito e riconosciuto.

Criticità sul piano operativo e sindacale

I dubbi principali riguardano l’effettiva efficacia dell’obbligo di sei ore settimanali. Molti medici di famiglia sono infatti vicini o oltre il massimale di 1.500 assistiti, condizione che potrebbe limitare la disponibilità a spostare tempo clinico nelle Case di comunità. I sindacati ribadiscono che ogni cambiamento sostenibile deve passare dalla contrattazione: la valorizzazione della professione, sostengono, non si costruisce per imposizione normativa ma attraverso l’Accordo collettivo nazionale che regola i rapporti tra Stato, Regioni e professione.

Marco Alparone ha definito la proposta «una soluzione di ragionevolezza» per centrare l’obiettivo della Missione 6 del Pnrr, mentre il sottosegretario Marcello Gemmato ha mantenuto aperta l’ipotesi, in extremis, di un intervento normativo qualora non si raggiunga un’intesa contrattuale prima della scadenza fissata.

Con la firma dell’atto di indirizzo da parte delle Regioni il percorso verso la convenzione nazionale è avviato, ma restano ancora aperte questioni pratiche su come tradurre l’impegno orario in presenze effettive e su quale mix di professionisti – medici di famiglia, specialisti ospedalieri, pediatri e internisti – dovrà comporre l’offerta sanitaria nelle Case di comunità per renderle realmente funzionanti per i cittadini.