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Negli ultimi anni si è osservata una tendenza che ha sorpreso clinici e ricercatori: un incremento dei casi di tumore polmonare diagnosticati in giovani adulti che non hanno mai fumato, con una prevalenza tra le donne.
I dati presentati nel contesto dell’ultimo meeting dell’American Association for Cancer Research e raccolti dal progetto nazionale Epidemiology of Young Lung Cancer cercano di delineare il profilo di questa popolazione, aprendo nuove piste di indagine su fattori non tabagici.
Lo studio ha incluso 187 pazienti con young-onset lung cancer (diagnosi prima dei 50 anni), di cui il 78% erano donne, evidenziando una distribuzione di genere marcata.
I ricercatori hanno valutato le abitudini alimentari con l’indice Healthy Eating Index (HEI) e hanno riscontrato valori medi superiori a quelli della popolazione generale: questo risultato, apparentemente controintuitivo, ha spinto il gruppo a cercare spiegazioni alternative oltre al fumo. L’analisi suggerisce che l’origine dei fattori di rischio potrebbe trovarsi in un mix complesso di esposizioni ambientali e di caratteristiche biologiche individuali.
I partecipanti mostravano punteggi HEI medi intorno a 65 rispetto a circa 57 a livello nazionale, consumando più frequentemente verdure a foglia, legumi e cereali integrali. Più che attribuire un effetto dannoso agli alimenti salutari, gli autori propongono una lettura diversa: una maggiore assunzione di vegetali può tradursi in una maggiore esposizione a residui di fitofarmaci se i prodotti non sono controllati. Il dottor Jorge Nieva, primo autore, ha sottolineato che l’attenzione va rivolta ai possibili contaminanti ambientali piuttosto che demonizzare la frutta e la verdura.
Una delle ipotesi più esplorate riguarda i pesticidi che possono agire come interferenti endocrini. Queste sostanze, se presenti come residui sugli alimenti, potrebbero alterare l’equilibrio ormonale e influenzare vie molecolari coinvolte nei tumori polmonari a esordio giovane. In particolare, alcune mutazioni comuni in questi tumori, come quelle che interessano la via EGFR, mostrano interazioni con segnali ormonali e recettori per gli estrogeni, suggerendo un possibile nesso biologico tra esposizione chimica e suscettibilità femminile.
I ricercatori osservano che, in generale, le donne adottano diete più ricche di vegetali rispetto agli uomini: questa differenza nei pattern alimentari potrebbe tradursi in un’esposizione relativa più alta a eventuali residui presenti su frutta, ortaggi e cereali integrali. Tale meccanismo non stabilisce causalità, ma identifica una strada plausibile per studi futuri che misurino direttamente i metaboliti dei pesticidi nei pazienti e confrontino le esposizioni tra aree geografiche con pratiche agricole diverse.
Un altro elemento emerso dallo studio è la frequenza elevata dell’uso di contraccettivi orali tra le partecipanti: in certi sottogruppi la percentuale è risultata molto superiore rispetto alla media nazionale (cifre intorno al 77% confrontate con l’11,4% della popolazione statunitense tra 15 e 49 anni). Questo dato non prova un nesso causale, ma solleva l’ipotesi che modifiche dell’assetto ormonale possano interagire con esposizioni ambientali o predisposizioni genetiche, modulando il rischio di tumore polmonare a esordio precoce.
La comunità scientifica invita alla prudenza nell’interpretare queste evidenze. Come osserva il dottor David Yashar, non ci sono motivi per scoraggiare il consumo di frutta e verdura: una dieta ricca di alimenti vegetali rimane fondamentale per prevenire obesità e molte malattie croniche, inclusi altri tumori. Tuttavia, il messaggio pratico per i pazienti è di privilegiare prodotti di qualità, ridurre l’esposizione a residui chimici quando possibile e sostenere politiche di controllo e monitoraggio dei fitofarmaci.
Il rapporto “I Numeri del Cancro in Italia 2026” di AIOM e AIRTUM offre uno specchio nazionale: negli uomini si registra una netta riduzione dell’incidenza, con un calo delle nuove diagnosi di circa 16,7% tra il 2003 e il 2017 e una diminuzione della mortalità stimata del 14,5% a partire dal 2026, attribuibile in gran parte alla riduzione del fumo.
Per le donne, invece, l’incidenza è continuata a crescere per anni, riflettendo cambiamenti nei comportamenti di consumo di tabacco; nonostante ciò, un dato positivo del 2026 segnala una diminuzione del 46% della mortalità specifica per le donne under 50 negli ultimi 15 anni. La sopravvivenza a 5 anni è migliorata, raggiungendo il 15,9% grazie a diagnosi più tempestive e a terapie mirate e immunoterapia.