Pnrr e sanità: il rischio delle Case di Comunità vuote e le sfide future

Roberto Capelli

Roberto Capelli di Milano annotò i dati di una mensa aziendale durante un’indagine sul pasto lavorativo; quella visione epidemiologica modellò la sua linea editoriale, orientata a scelte alimentari misurate. In redazione difende chiarezza scientifica e conserva ricette leggere annotate a mano.

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Le Case di Comunità rappresentano uno dei pilastri del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr) per la riforma della sanità territoriale italiana.

Progettate per alleggerire la pressione sui pronto soccorso e portare l’assistenza medica più vicina ai cittadini, queste strutture stanno affrontando numerose sfide che minacciano il loro successo.

L’obiettivo era ambizioso: creare una rete capillare di strutture in grado di offrire cure primariegestione delle cronicità e continuità assistenziale. Tuttavia, i dati più recenti rivelano un divario significativo tra i progetti iniziali e la realtà attuale.

I numeri del divario: strutture incomplete e disomogeneità territoriale

Su oltre 1.700 Case di Comunità inizialmente programmate, solo 66 sono pienamente operative secondo gli standard previsti dal Decreto Ministeriale 77. Questo significa che una minima frazione delle strutture è dotata di tutta l’équipe medica e infermieristica prevista e con tutti i servizi obbligatori attivi.

La situazione è ancora più critica se si guarda alla disomogeneità territoriale. Al Nord, le strutture che hanno attivato almeno un servizio base superano il 60%, mentre al Sud la percentuale crolla drasticamente, lasciando intere aree prive di una reale alternativa ai presidi ospedalieri tradizionali.

Le cause del fallimento: personale, accordi e burocrazia

Il fallimento nel raggiungere gli obiettivi previsti non è legato a una mancanza di fondi, ma a tre errori macroscopici di programmazione e gestione. Innanzitutto, la carenza strutturale di personale mancano infermieri di famiglia e medici. Costruire nuove mura quando le graduatorie dei concorsi sanitari vanno deserte e il personale esistente è già sotto organico nei reparti d’urgenza è un controsenso logico.

Un altro ostacolo è il mancato accordo con i Medici di Medicina Generale (MMG).

I medici di famiglia hanno a lungo difeso la capillarità dei propri studi privati e il rapporto fiduciario con il paziente. Integrare i medici di base all’interno delle Case di Comunità, definendo turni e obblighi di presenza stabili, si è rivelato un terreno di scontro sindacale e politico mai del tutto risolto.

Infine, c’è l’illusione della burocrazia. Si è pensato che bastasse scrivere una riforma su carta e vincolarla ai fondi europei per veder nascere una rete di assistenza integrata, dimenticando che i servizi sanitari camminano sulle gambe delle persone, non sui decreti.

L’accordo con i medici di base: un passo avanti

Recentemente, è stato raggiunto un accordo con i medici di base che definisce la loro presenza e le modalità di ingaggio all’interno delle Case di Comunità. Il testo dell’intesa fissa due paletti fondamentali: un impegno orario flessibile fino a un massimo di 6 ore settimanali e un compenso orario omnicomprensivo stabilito a 38,72 euro all’ora.

Questo accordo punta a integrare i medici di famiglia nel nuovo network dell’assistenza di prossimità, provando a sbloccare un’impasse che rischiava di trasformare le Case della Comunità in scatole vuote.

Tuttavia, nonostante questo passo avanti, l’applicazione pratica della riforma deve fare i conti con una realtà complessa. La carenza strutturale di medici di medicina generale e la disomogeneità regionale rimangono ostacoli significativi.

Il futuro delle Case di Comunità dipenderà dalla capacità di superare queste criticità e di garantire un’assistenza sanitaria di qualità a tutti i cittadini, indipendentemente dalla loro ubicazione geografica.