In un Paese dove la povertà è diventata una condizione strutturale per milioni di persone, la salute rischia di trasformarsi in un privilegio accessibile solo a pochi.
La permacrisi un mix di tensioni economiche, sociali e geopolitiche, ha reso la povertà una realtà quotidiana per una parte crescente della popolazione italiana.
Secondo i dati più recenti, quasi 6 milioni di italiani vivono in povertà assoluta una condizione che non solo limita l’accesso ai beni primari, ma che ha un impatto diretto sulla possibilità di curarsi. La scelta tra riempire il carrello della spesa o acquistare un farmaco essenziale è una realtà per molte famiglie.
L’ultimo rapporto di Caritas Italiana dipinge un quadro allarmante: nel 2026, la rete Caritas ha assistito 282.539 persone, un aumento del 48% rispetto al 2015. Più della metà di chi si rivolge ai centri d’ascolto ha bisogno di supporto in almeno due ambiti contemporaneamente. Tra questi, l’emergenza sanitaria e psicologica è in forte crescita, con un aumento del 69,4% delle richieste d’aiuto nell’ultimo decennio.
Solo nel 2026, Caritas ha erogato oltre 76.000 prestazioni sanitarie, tra visite mediche, esami clinici e distribuzione di farmaci. I dati mostrano che la fragilità medica è spesso accompagnata da isolamento sociale e indigenza. Il 59,7% delle persone con problemi di salute sperimenta tre o più ambiti di bisogno, una percentuale che sale all’80% nel caso di patologie psichiatriche.
Le disuguaglianze nell’accesso alle cure sono evidenti anche a livello geografico.
Secondo l’OCSE 5,8 milioni di italiani hanno rinunciato a visite specialistiche o accertamenti diagnostici pur avendone bisogno. Questo fenomeno è particolarmente marcato nel Mezzogiorno, dove la percentuale di chi è costretto a ridurre le spese sanitarie oscilla tra il 35% e il 38%, contro un più contenuto 8% nel Nord.
I tempi d’attesa rappresentano la principale barriera all’accesso alle cure. Nel 2026, 2,7 milioni di persone hanno dovuto affrontare ritardi significativi, soprattutto per le visite iniziali e gli esami diagnostici.
Questo ritardo ha un impatto diretto sulla prevenzione con conseguenze gravi per la salute pubblica.
La spesa sanitaria in Italia è sostenuta per il 74% da fondi pubblici e per il 26% da fonti private. Tuttavia, il sistema sanitario pubblico mostra vistose crepe nei servizi ambulatoriali e nell’assistenza odontoiatrica, dove il pubblico finanzia solo il 58% dei costi contro il 77% della media europea.
Le famiglie povere destinano alla sanità appena il 2,1% del loro budget mensile, contro il 4,4% delle famiglie non povere. Questo divario economico influisce non solo sulla quantità, ma anche sulla qualità delle cure, dando vita a una vera e propria tassa sulla povertà.
Nel mercato farmaceutico, la spesa pubblica è rimasta stabile, mentre la quota a carico dei cittadini è cresciuta costantemente, arrivando a coprire il 45% della spesa farmaceutica totale.
Nel 2026, i cittadini hanno pagato di tasca propria circa 7,1 miliardi di euro per farmaci non rimborsabili e oltre un miliardo per coprire la differenza di prezzo tra il farmaco originale e il generico.
L’articolo 32 della Costituzione italiana recita: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività”. Tuttavia, la realtà mostra un quadro diverso, dove l’accesso alle cure è spesso condizionato dalla situazione economica.
La Generazione Sandwich composta da persone che si occupano contemporaneamente di figli e genitori anziani, è un esempio emblematico di come i costi della cura ricadano sulle famiglie a livello economico, lavorativo e psicologico. Il 92% degli italiani ritiene che la gestione della cura generi stress mentale per le famiglie.
Per il 77% degli intervistati, è la famiglia il principale soggetto che si occupa della cura dei propri cari non autosufficienti. I costi della cura interferiscono con il lavoro nel 51% dei casi, con conseguenze significative sulla vita professionale e personale.
In questo contesto, diventa fondamentale ripensare il ruolo delle farmacie come primo punto di accesso al sistema sanitario. Secondo Marc Werner, CEO di Galenica, le farmacie potrebbero diventare un punto di riferimento per le prestazioni sanitarie di base, grazie alla loro formazione universitaria e alla capacità di smistare i pazienti verso i servizi più appropriati.
Tuttavia, la frammentazione legislativa e il ritardo nella digitalizzazione sanitaria rappresentano ostacoli significativi. La Svizzera, ad esempio, è ancora indietro nella digitalizzazione delle ricette, un problema che rischia di aggravare le disuguaglianze nell’accesso alle cure.