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Mancanza di chirurghi: 1 intervento su 10 a rischio entro 2030

Il numero di chirurghi in Italia è in calo: entro 2030 i posti liberi minacciano un intervento su dieci

Durante il 128° Congresso nazionale della Società Italiana di Chirurgia (SIC), tenutosi a Roma, è emerso un avvertimento senza precedenti: la struttura chirurgica del nostro paese sta subendo una crisi vocazionale che, se non contrastata, metterà a repentaglio l’accesso alle sale operatorie. Si stima che ogni anno vengano eseguiti circa 650.000 interventi di chirurgia generale; entro i prossimi cinque anni, un decimo di queste operazioni potrebbe diventare più difficile da realizzare per la carenza di chirurghi disponibili.

Crisi delle borse di specializzazione: dati e aree più colpite

Nel 2026 il 30% delle borse di specializzazione in chirurgia generale è rimasto vacante, pari a 193 posti su 646 banditi. La situazione è particolarmente drammatica in alcune province: a L'Aquila non è stato assegnato alcun contratto, a Udine e Genova quasi nove posti su dieci sono rimasti liberi, mentre a Cosenza, Sassari, Campobasso e Perugia l’occupazione non supera il 20%. Il fenomeno non è uniforme, ma la tendenza è chiara: aree dell'Italia centrale e meridionale stanno perdendo progressivamente la copertura chirurgica.

Prospettive di esodo: pensionamenti e fuga dei giovani

Oltre la metà dei chirurghi ospedalieri italiani ha più di 60 anni, valore nettamente superiore alla media europea (32% in Spagna, 44% in Francia e Germania). Il Ministero della Salute tramite il ministro Orazio Schillaci, ha avvertito che entro il 2030 circa 2.800 chirurghi – su 6.500 attualmente impiegati – usciranno dal servizio per pensione, stress o mancanza di risorse. Parallelamente, la formazione di nuovi specialisti è insufficiente: dal 2022 ad oggi solo 1.300 giovani hanno completato le scuole di specializzazione, lasciando un saldo negativo di circa 1.500 chirurghi. Inoltre, il 10% dei posti assegnati è destinato ad essere abbandonato prima dei cinque anni di corso e un altro 10% dei laureati sceglie di lavorare all’estero o in strutture private.

Richieste istituzionali e proposte di soluzione

Il presidente della SIC, Ludovico Docimo, ha sottolineato l’urgenza di intervenire con tutele giuridiche e incentivi concreti: “Servono subito maggiori tutele giuridiche, accesso più ampio alle nuove tecnologie e più incentivi economici”. Il governo intende destinare 120 milioni di euro l’anno per le specializzazioni meno attrattive e sta lavorando alla definizione di uno scudo penale stabile, ancora in discussione al Parlamento. Il personale chirurgico, infatti, subisce un aumento del 150% dei contenziosi medico-legali negli ultimi dieci anni, con costi assicurativi che superano i guadagni dei giovani specialisti.

Impatto sui pazienti

L’allineamento di questi fattori rende più critico l’accesso al bisturi: si stima che 1 intervento su 10, su un totale annuo di 650 000, sarà a rischio di ritardi o di dover percorrere distanze maggiori per trovare un chirurgo disponibile. La carenza è più evidente nelle regioni del Sud, dove la domanda di cure chirurgiche dovrebbe crescere del 12% nei prossimi cinque anni, a causa dell’invecchiamento della popolazione e dell’aumento delle patologie croniche.

Parallelamente, negli Stati Uniti, secondo uno studio del Journal of the American College of Surgeons già 15 milioni di cittadini vivono in contee prive di un chirurgo generale, un warning che conferma la natura globale della problematica. In Italia, la risposta deve passare da una riforma delle condizioni contrattuali a investimenti mirati nella formazione e nella dotazione tecnologica, per impedire che la carenza di specialisti diventi irreversibile.

Scritto da Roberto Capelli

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