Perché il sistema immunitario è la nuova frontiera della longevità

Il sistema immunitario non è solo vittima dell'età ma un regista dell'invecchiamento: ecco i processi chiave e le possibili vie terapeutiche

Il ruolo del sistema immunitario nella medicina della longevità

Negli ultimi anni la medicina della longevità ha spostato l’attenzione dalla mera estensione della vita a interventi volti a migliorare la healthspan. Con healthspan si indica il periodo di vita vissuto in buona salute, privo di disabilità rilevanti. Il focus si concentra su misure preventive e terapeutiche capaci di preservare funzioni fisiche e cognitive.

Un elemento emerso con crescente evidenza è il ruolo centrale del sistema immunitario. Non più solo bersaglio passivo dell’età, il sistema immunitario è considerato un fattore attivo che può guidare o rallentare il decadimento degli organi. I dati di studi recenti, incluso uno pubblicato su Nature Reviews Immunology nel 2026, mostrano come processi immunitari alterati contribuiscano a molte delle malattie legate all’età. Questa comprensione apre la strada a strategie integrate che combinano stile di vita, farmaci mirati e nutrizione per modulare la risposta immunitaria e prolungare la healthspan.

Inflammaging: l’infiammazione che non si spegne

Il testo prosegue l’analisi sul ruolo del sistema immunitario nella medicina della longevità. L’inflammaging indica uno stato di infiammazione cronica di basso grado che persiste nel tempo e danneggia organi chiave come cuore, fegato e cervello. A differenza dell’infiammazione acuta, che protegge da infezioni e favorisce la riparazione tissutale, l’inflammaging mantiene il sistema immunitario in uno stato di attivazione continuo. Questa condizione aumenta il rischio di malattie metaboliche, cardiovascolari e neurodegenerative.

Perché si mantiene

Le cause che sostengono l’inflammaging sono multiple e interconnesse. Tra le principali vi sono l’accumulo di cellule senescenti, le alterazioni del microbiota intestinale e disfunzioni delle cellule immunitarie. Le cellule danneggiate rilasciano segnali proinfiammatori che instaurano un circolo vizioso. Intervenire su questi segnali può attenuare la risposta infiammatoria e limitare il danno tissutale.

Cellule immunitarie senescenti: il problema dei “non-morti”

Intervenire su questi segnali può attenuare la risposta infiammatoria e limitare il danno tissutale. Le cellule del sistema immunitario possono entrare in uno stato definito senescenza, caratterizzato da metabolismo attivo e perdita della capacità proliferativa. Questo stato trasforma alcune difese in fonti croniche di disordine sistemico.

Le cosiddette cellule zombie secernono molecole proinfiammatorie che alterano l’omeostasi locale e favoriscono disfunzioni in organi distanti. Per questo le strategie terapeutiche che rimuovono o modulano tali cellule sono al centro della ricerca nella medicina della longevità.

Effetti a catena

Poiché le cellule immunitarie circolano nell’organismo, la senescenza in una popolazione cellulare ha effetto moltiplicatore. Una nicchia di cellule senescenti può compromettere la funzionalità di tessuti sani e accelerare processi degenerativi sistemici.

Per questo motivo, le terapie che mirano alla rimozione selettiva delle cellule senescenti o alla soppressione del loro profilo secretorio sono considerate promettenti. Studi preclinici e primi trial clinici valutano l’impatto di tali interventi sul miglioramento della funzione tissutale e sulla riduzione dell’infiammazione cronica.

Il declino della sorveglianza immunitaria

La sorveglianza immunitaria si indebolisce con l’età, riducendo la capacità dell’organismo di riconoscere ed eliminare cellule danneggiate o potenzialmente tumorali. Questo fenomeno favorisce l’accumulo di cellule anomale e aumenta il rischio di malattie degenerative.

Per sorveglianza immunitaria si intende il complesso di processi con cui il sistema immunitario identifica ed elimina cellule alterate prima che diventino patologiche. Ripristinare questa funzione richiede non solo la rimozione degli elementi dannosi, ma anche il riallineamento della risposta immunitaria per contenere gli eccessi infiammatori.

I gruppi di ricerca traslazionale puntano oggi a modulare questo equilibrio attraverso interventi mirati. Diversi studi e primi trial clinici valutano l’impatto di tali approcci sul miglioramento della funzione tissutale e sulla riduzione della infiammazione cronica, obiettivo ritenuto cruciale per aumentare la salute nel corso della vita.

Molecole regolatrici: dalla PEA alle epossiossilipine

Proseguendo nell’analisi della perdita di sorveglianza immunitaria con l’età, emergono molecole capaci di modulare la risposta infiammatoria. La PEA (palmitoiletanolamide) è un mediatore endogeno associato a proprietà neuroprotettive e antinfiammatorie. Studi su colture cellulari derivate da pazienti con malattia di Alzheimer mostrano un miglioramento della funzione delle cellule dendritiche, le sentinelle che dirigono la risposta immunitaria.

Nel contempo, ricerche cliniche e precliniche hanno identificato le epossiossilipine come lipidi promotori della risoluzione infiammatoria. L’inibizione dell’enzima degradante, la sEH, accelera la cessazione della reazione infiammatoria e riduce la presenza di monociti intermedi associati a infiammazione cronica. Questi risultati indicano vie terapeutiche alternative per contrastare l’inflammaging e migliorare la funzione tissutale.

Implicazioni terapeutiche

Questi risultati indicano vie terapeutiche alternative per contrastare l’inflammaging e migliorare la funzione tissutale. I ricercatori propongono un cambio di paradigma: invece di sopprimere globalmente la risposta immunitaria, è possibile potenziare i meccanismi endogeni di risoluzione dell’infiammazione. Tale approccio mira a preservare la capacità difensiva dell’organismo riducendo il danno cronico associato a malattie infiammatorie.

Verso un approccio integrato

La strategia suggerita privilegia il ripristino dell’equilibrio immunitario tramite più interventi coordinati. Contrastare l’inflammaging, modulare le cellule senescenti e potenziare i processi di risoluzione naturale può estendere la healthspan senza compromettere la risposta immunitaria. I dati indicano che combinare modifiche dello stile di vita, interventi nutrizionali e farmaci mirati rappresenta la via più promettente per tradurre queste scoperte in benefici clinici concreti.

La ricerca continua a esplorare nuovi bersagli e molecole, ma la direzione è chiara: considerare l’invecchiamento come processo modulabile richiede di porre il sistema immunitario al centro delle politiche sanitarie e delle strategie terapeutiche. I dati preclinici e gli studi epidemiologici mostrano un potenziale beneficio nel modulare la risposta immunitaria per ridurre l’infiammazione cronica e migliorare la funzione tissutale. Per trasformare queste evidenze in effetti clinici misurabili servono studi controllati, approcci terapeutici integrati e interventi di sanità pubblica basati su prove. L’adozione di misure preventive, interventi nutrizionali mirati e farmaci selettivi rappresenta la via più promettente per tradurre tali scoperte in una vita più lunga e più sana. Ulteriori trial clinici e aggiornamenti delle linee guida determineranno l’impatto concreto di queste strategie.

Scritto da Staff

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