Vertice del G7 a Évian: trattati, tensioni e la presenza ingombrante di Xi

Emanuele Galli

Emanuele Galli, partenopeo, ricorda un incontro a Capodichino con volontari sanitari che lo spinse a spiegare procedure complesse in modo semplice. In redazione adotta tono creativo e diretto, porta reportage clinici e un quaderno con disegni esplicativi per pazienti.

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Il summit del G7 tenutosi a Évian-les-Bains il 18 giugno 2026 ha creato un mix di diplomazia spettacolare e calcoli politici serrati.

Sullo sfondo si è imposta l’eco dell’accordo annunciato tra Stati Uniti e Iranche ha contribuito a proiettare l’ex presidente degli Usa in una posizione di rilievo all’interno del vertice. Parallelamente, il presidente francese ha impostato una strategia di mediazione che ha permesso ai sette di riaffermare impegni comuni su Ucraina, Medio Oriente, materie prime strategiche e tecnologia.

Il ruolo di Donald Trump e l’accordo con l’Iran

Con l’annuncio dell’intesa tra Usa e Iran alla vigilia del vertice, Donald Trump è arrivato a Évian con maggiore margine d’azione politica. Il suo atteggiamento, talvolta muscolare e imprevedibile, è stato ben calibrato: da un lato ha lanciato segnali di forza — compresi nuovi dazi che hanno toccato prodotti simbolici come il vino e lo champagne — dall’altro ha potuto vantare un successo diplomatico concreto. Questo doppio registro gli ha consentito di dichiararsi autorevole sul finale del summit, alimentando l’immagine pubblica di chi «fa e disfa» nelle relazioni internazionali.

Il contesto creato dall’intesa con Teheran ha reso più agevole la gestione di alcune tensioni, ma resta aperto il nodo del sostegno concreto alle iniziative sul terreno, in particolare la missione ipotizzata per lo Stretto di Hormuz. Diverse capitali hanno chiesto di definire con chiarezza la cornice operativa e i tempi, mentre il Parlamento di alcuni Paesi dovrà ancora esprimersi sull’eventuale partecipazione.

Macron: ricomporre le divergenze e riaffermare l’unità

Il presidente francese ha ottenuto una vittoria politica non scontata: trasformare un vertice potenzialmente frammentato in un momento di sintesi tra le principali economie mondiali. La sua azione diplomatica ha mirato a creare una piattaforma condivisa su temi strategici: il sostegno all’Ucraina contro l’aggressione russa, la gestione dell’instabilità nel Medio Oriente, la regolazione delle tecnologie emergenti come l’intelligenza artificiale e la necessità di governare i flussi migratori e i minerali critici.

La formula adottata dalla Francia ha funzionato anche sul piano simbolico: gesti di ospitalità e momenti di alta rappresentanza contribuiscono a consolidare rapporti personali che poi si traducono in accordi politici. Questa capacità di ricompattare i partner ha permesso di presentare al termine del summit una dichiarazione comune più articolata e meno divisa rispetto alle attese iniziali.

Meloni a Évian: disgelo con Washington e i nodi italiani

Per la premier italiana il G7 ha rappresentato un’occasione per rimettere ordine in un rapporto con l’ex presidente segnato da screzi pubblici.

Nonostante l’assenza di un bilaterale ufficiale, i contatti informali e i momenti di confronto — immortalati in immagini che li mostrano conversare in forma distesa — hanno permesso un riavvicinamento. La leader ha descritto il dialogo come privo di recriminazioni, sottolineando che entrambi difendono con fermezza l’interesse nazionale.

Da Roma si guarda anche al dossier Ucraina: l’intesa del G7 sul sostegno a Kiev è stata salutata come importante, ma resta la preoccupazione di tradurre le promesse in impegni operativi.

Inoltre, la premier ha posto l’accento sulla necessità di stabilire una figura negoziale europea che parli con una sola voce, suggerendo il profilo di un mediatore proveniente da una “media potenza” piuttosto che da uno dei grandi Paesi membri.

I timori sul fronte israeliano

Nel corso del vertice sono emersi forti richiami rivolti a Tel Aviv per evitare azioni che possano compromettere l’accordo raggiunto tra Washington e Teheran.

I leader hanno espresso preoccupazione per le operazioni in Libano e per la possibile influenza della campagna elettorale israeliana sulle decisioni del governo, in particolare rispetto a forze interne più radicali che potrebbero sminare gli sforzi diplomatici in corso.

L’assenza di Xi e la rilevanza dei partner globali

Un elemento ricorrente del summit è stata la percezione della Cina come «convitato di pietra»: l’assenza del presidente cinese ha inciso sulla scelta dei toni e sulle strategie concordate, ma non ha impedito ai leader di cercare alleanze con partner esterni al G7, dall’India agli Emirati, dal Brasile all’Egitto.

Questa rete più ampia mira a rendere le decisioni del vertice più efficaci sul piano globale e a creare un fronte multilaterale su questioni strategiche.

Il risultato politico del G7 a Évian è quindi duplice: da un lato consolidare un’intesa minimamente coesa tra le sette economie più avanzate, e dall’altro inviare segnali chiari a potenze esterne come la Cina e la Russia sulla capacità occidentale di coordinarsi su sicurezza, economia e tecnologie.

In chiusura, il summit del 18 giugno 2026 ha combinato risultati concreti e ambiguità pratiche: accordi politici significativi, protagonismi individuali e la consapevolezza che molte decisioni richiederanno implementazione e monitoraggio per diventare efficaci sul terreno.