La Corte di Cassazione ha rigettato i ricorsi presentati dai commissari dell’ex stabilimento siderurgico di Taranto, confermando l’ordinanza della Corte d’Appello di Milano che impone la sospensione dell’attività produttiva dell’area a caldo fino a quando non saranno rimosse le criticità legate all’amianto e alle emissioni di polveri sottili. Gli impianti, finora mantenuti in preriscaldo in attesa della pronuncia, dovranno essere spenti definitivamente salvo interventi tecnici e ambientali risolutivi.
La decisione delle Sezioni Unite della Suprema Corte prende in considerazione il bilanciamento tra valori costituzionali: il diritto alla salute (art. 32), la libertà di iniziativa economica e la proprietà (artt. 41 e 42), e la tutela dell’occupazione in un sito strategico nazionale. La sentenza conferma che, sul punto, prevalgono le garanzie della salute pubblica quando sussistono pericoli ritenuti “gravi e rilevanti”.
Motivazioni sulla salute pubblica e le prescrizioni tecniche
I giudici milanesi avevano ordinato la sospensione entro 90 giorni, fino alla completa rimozione dell’amianto presente nei cowpers degli altiforni e all’adozione di misure idonee a riportare le emissioni di PM10 e PM2.5 entro limiti di sicurezza. Nelle motivazioni della sentenza si evidenzia come l’incremento di mortalità e ospedalizzazioni nelle aree prossime allo stabilimento sia indice del fatto che il rispetto dei soli limiti di emissione non sia sufficiente a eliminare i rischi per la salute.
Quantità di amianto e valutazioni sanitarie
I giudici hanno richiamato la presenza di circa 2.100 tonnellate di materiali contenenti amianto nello stabilimento, ritenendo che la normativa ambientale vigente non contenga prescrizioni sufficienti per la rimozione integrale di tali materiali nel quadro produttivo attuale. Per questo motivo è stata parzialmente disapplicata l’Autorizzazione integrata ambientale (AIA) nella parte ritenuta insufficiente a tutelare la salute pubblica.
Profili giuridici: competenza e principio di precauzione
La Cassazione ha affermato che la richiesta dei cittadini (gruppo di ricorrenti locale) mirava a inibire una condotta privata che inciderebbe su un diritto soggettivo costituzionalmente protetto, pertanto la giurisdizione è del giudice ordinario. Nella sentenza viene inoltre ribadito l’applicativo del principio di precauzione quando le risultanze istruttorie complessive indicano rischi significativi per la salute.
Le posizioni difensive e il ruolo della procura generale
Nel corso del processo la procura generale aveva sostenuto che le prescrizioni tecniche del d.p.c.m. non imponevano la rimozione integrale immediata dell’amianto entro una data assoluta, ma piuttosto la presentazione di un cronoprogramma organico per gli interventi. Era stata inoltre contestata l’accertabilità dei pericoli «gravi e rilevanti», ritenuti dai giudici di merito sufficientemente dimostrati sulla base della documentazione sanitaria e ambientale esaminata.
La Suprema Corte ha comunque ritenuto congrua la valutazione dei giudici di merito, escludendo vizio di competenza e confermando la correttezza dell’applicazione dei principi costituzionali che subordinano l’iniziativa economica al rispetto della salute e dell’ambiente.
Conseguenze operative e impatto sociale
Dal punto di vista tecnico, gli altiforni sono impianti a ciclo continuo e lo spegnimento determina la perdita del rivestimento refrattario; il riavvio, seppur possibile in linea teorica, richiederebbe interventi di rifacimento stimati in mesi o anni, rendendo quindi probabile la fine dell’attività di area a caldo. Gli impianti erano mantenuti in preriscaldo fino al deposito della sentenza, termine entro il quale i commissari dovevano valutare i passaggi tecnici per lo spegnimento.
L’ordine di sospensione apre una partita occupazionale e industriale rilevante: lo stabilimento coinvolge migliaia di lavoratori diretti e un indotto ampio. La Corte sottolinea che il diritto al lavoro tutelato dallo Stato deve essere un lavoro salubre e sicuro, non esercitato a scapito della salute pubblica, e che la protezione dei diritti costituzionali richiede politiche economico-sociali adeguate per affrontare la ricaduta occupazionale.
Infine, la motivazione richiama anche l’evoluzione normativa europea in materia di qualità dell’aria, con standard più rigorosi che orientano l’interpretazione delle prescrizioni nazionali e rafforzano l’attenzione sui valori di particolato atmosferico.
