Trasferirsi all’estero per motivi di lavoro è spesso presentato come un passo verso il successo: nuova città, prospettive di crescita e la sensazione di guadagnare indipendenza. Tuttavia, dietro l’entusiasmo iniziale si può nascondere un disagio psicologico che prende il nome di expat blues. Nella Giornata mondiale della salute mentale, celebrata il 10 ottobre, il professor Furio Ravera della Casa di Cura Le Betulle invita a guardare oltre il mito dell’espatrio gratificante.
I dati più recenti confermano che questa realtà colpisce un numero consistente di giovani. Il rapporto Istat sulle migrazioni interne e internazionali 2026 indica che 247 mila italiani tra i 25 e i 34 anni hanno lasciato l’Italia tra il 2019 e il 2024. Le motivazioni, emerse dall’indagine CNEL pubblicata a settembre 2026, mostrano che il 88 % dei giovani lamenta retribuzioni insufficienti, l’80,7 % percepisce una cultura del lavoro arretrata e il 74,6 % sente le proprie competenze svalutate.
Motivi economici alla base della partenza dei giovani
Le percentuali riportate dal CNEL dipingono una situazione in cui il mercato interno appare incapace di offrire interessi concreti. Per la maggior parte, la decisione di trasferirsi non nasce da un desiderio di avventura, ma da una necessità di trovare condizioni contrattuali più competitive e un ambiente professionale rispettoso delle proprie capacità. Il risultato è una generazione pronta a cambiare paese nella speranza di una crescita salariale e di maggior riconoscimento.
Le tre cause principali
Le retribuzioni basse rappresentano la principale spinta (88 %). Accanto a ciò, la cultura del lavoro arretrata (80,7 %) alimenta frustrazione e senso di stagnazione. Infine, la svalutazione delle competenze (74,6 %) genera il timore di non essere più valorizzati nel mercato domestico, spingendo verso l’estero.
Che cos’è l‘expat blues e come si manifesta
Il termine expat blues è diffuso nei media per indicare il disagio psicologico che può accompagnare il trasferimento in una nuova nazione. Non è una diagnosi clinica, ma funge da etichetta di riconoscimento per sentimenti difficili da descrivere: ansia, solitudine, frustrazione, tristezza e confusione identitaria. Il professor Ravera sottolinea che questi sintomi possono mascherare una symptomatologia ansioso-depressiva più profonda, rilevabile solo attraverso un ascolto attento.
Sintomi più comuni
Chi vive l‘expat blues può avvertire una perdita di motivazione sul lavoro, difficoltà a costruire nuovi legami sociali, pensieri ricorrenti sulla famiglia rimasta in Italia e, in casi più gravi, una sensazione di paralisi emotiva che influisce sulla vita quotidiana. Queste manifestazioni non sono semplici “nostalgia di casa”, ma un stato di benessere compromesso che richiede attenzione.
Stress da acculturazione e solitudine: i veri ostacoli quotidiani
Il processo di adattamento a una cultura diversa si chiama stress da acculturazione concetto coniato dallo psicologo John W. Berry negli anni Settanta. Mentre lo shock culturale è il disorientamento immediato del primo incontro, lo stress da acculturazione è la tensione costante tra valori, norme e aspettative del Paese d’origine e quelle del nuovo contesto. Questa pressione si manifesta nella gestione di burocrazia, ricerca di abitazione, nuove dinamiche lavorative e nella necessità di ricostruire una rete di sostegno.
La solitudine è un altro elemento cruciale. All’estero, le relazioni che sembravano scontate – amici, parenti, colleghi – devono essere ricreate da zero. Anche una vita sociale apparentemente attiva può lasciare l’individuo con la sensazione di non appartenere davvero a quel contesto, generando un senso di isolamento emotivo.
Quando l’aiuto diventa indispensabile
Non ogni momento di tristezza richiede un intervento clinico, ma è fondamentale riconoscere quando il disagio non è più transitorio. Il professor Ravera invita a cercare supporto psicologico quando i sintomi interferiscono con le relazioni, il lavoro o la qualità della vita in maniera persistente. Un consulto con uno psicologo o uno psichiatra permette di valutare la presenza di una possibile depressione da espatrio e di individuare strategie di intervento più adeguate.
Il tema scelto per la Giornata mondiale della salute mentale 2026 – “Ascoltare le esperienze vissute: voci reali, cambiamento reale” – richiama l’importanza di dare spazio alle testimonianze degli espatriati. Riconoscere il proprio malessere non è un’ammissione di fallimento, ma un passo verso una nuova forma di benessere, capace di conciliare le opportunità professionali all’estero con il rispetto dei propri bisogni emotivi.


