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Il diabete colpisce 3,8 milioni di italiani, cresce del 23%

Il diabete interessa 3,8 milioni di italiani e la sua incidenza è cresciuta del 23 % in due decenni, con forti disparità tra Nord e Sud.

Il diabete rappresenta oggi una delle patologie croniche più diffuse nel Paese, con oltre 3,8 milioni di italiane e italiani che ne convivono. Si tratta di una malattia silenziosa che, pur non sempre evidente, esercita un peso notevole sulla vita dei pazienti e sulla sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale.

Il quadro statistico più recente è stato presentato al Senato durante una conferenza organizzata dalla senatrice Daniela Sbrollini con il contributo di ricercatori della Ibdo Foundation dell’Istat e di altri enti. Il documento, denominato Italian Barometer Diabetes Report 2026 raccoglie dati provenienti da oltre due decenni di osservazione e mette in luce trend preoccupanti e differenze territoriali.

Andamento della prevalenza dal 2005 al 2025

Nel 2005 la percentuale di persone affette da diabete in Italia era del 4,2 %. Dieci anni dopo, nel 2015, il valore era salito al 5,4 %, per raggiungere il 6,4 % nel 2025. In termini assoluti, l’incremento equivale a un +52 % rispetto al 2005, ma se si elimina l’effetto dell’invecchiamento della popolazione la crescita resta del 23 %. Questa evoluzione è guidata soprattutto dal diabete di tipo 2 che costituisce più del 90 % dei casi.

Un ulteriore dato preoccupante è la presenza di oltre un milione di persone che, pur essendo diabetiche, non sono a conoscenza della propria condizione. Questa quota di casi non diagnosticati rende ancor più difficile valutare l’effettivo onere sanitario.

Disparità regionali e socio-economiche

L’analisi mostra che la diffusione del diabete varia in modo marcato tra le macro-aree del Paese. Tra gli adulti di età pari o superiore a 45 anni, la prevalenza mediana nazionale è del 10,3 %, ma sale al 12,9 % nel Mezzogiorno, contro l’8,7 % al Nord e il 9,7 % al Centro. Le differenze sono ancora più evidenti quando si considerano i livelli di istruzione: nella fascia 45-64 anni, il tasso è del 5,9 % tra chi ha un basso titolo di studio, contro il 3,7 % tra chi possiede almeno un diploma; tra gli over 65, i valori sono rispettivamente del 21,8 % e del 15,8 %.

Queste disparità suggeriscono che fattori legati al contesto socio-economico e all’accesso ai servizi sanitari influenzino significativamente la comparsa e la gestione della malattia.

Comorbidità, rischio cardiovascolare e criticità del sistema sanitario

Il diabete non è una condizione isolata. Dopo i 45 anni, esso si associa con una serie di patologie croniche, in particolare con il rischio cardiovascolare. Attualmente, più di 9 milioni di italiani convivono con problemi cardiovascolari, con circa 206 mila decessi annui e un costo economico stimato in 42 miliardi di euro. Tra i pazienti seguiti nei centri di diabetologia, il 15,2 % ha già una storia di malattia cardiovascolare, mentre oltre il 50 % riferisce di essere affetto da ipertensione.

Il Ministero della Salute rappresentato dal ministro Orazio Schillaci ha sottolineato che il controllo della glicemia rimane fondamentale, ma oggi l’obiettivo deve includere la prevenzione delle complicanze, la protezione degli organi e la gestione integrata dei rischi cardio-renali e metabolici. Un approccio multidisciplinare è essenziale per ridurre l’impatto sulla qualità di vita dei pazienti.

Il rapporto evidenzia inoltre le difficoltà organizzative: il 48 % degli intervistati segnala liste d’attesa e tempi di attesa come ostacolo principale, mentre il 43 % lamenta problemi di coordinamento tra i diversi servizi sanitari.

Il presidente della Ibdo FoundationPaolo Sbraccia ha aggiunto che le innovazioni terapeutiche recenti stanno ampliando il ruolo del trattamento, passando dal semplice controllo glicemico alla protezione cardio-renale, con benefici dimostrati nella riduzione di eventi cardiovascolari, ictus e deterioramento della funzione renale.

Il dibattito al Senato ha messo in evidenza la necessità di politiche integrate che affrontino i fattori di rischio modificabili, promuovano la prevenzione e rafforzino la presa in carico dei pazienti. Daniela Sbrollini ha evidenziato che dividere il diabete, l’obesità e le patologie cardiovascolari in percorsi separati rischia di frammentare l’assistenza e di perdere importanti opportunità di prevenzione.

Scritto da Emanuele Galli

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