Negli ultimi anni la prevalenza di glaucoma, cataratta e degenerazione maculare legata all’età (AMD) è aumentata più rapidamente rispetto a quanto prevedrebbe la sola crescita demografica. Al congresso della European Society of Cataract and Refractive Surgeons (ESCRS) tenutosi a Londra dall’11 al 15 settembre 2026, è stata presentata una revisione sistematica con meta-analisi che indaga questo fenomeno.
PM2.5 e aumento del rischio di glaucoma
Lo studio, guidato dal dott. Ahmed Alnabihi, ha analizzato 41 studi osservazionali selezionati da più di 1.000 pubblicazioni presenti in Medline, Embase, Scopus e Web of Science. La maggior parte dei dati proviene da UK Biobank e da coorti dell’Asia orientale. Tra gli inquinanti valutati, il PM2.5 (particolato con diametro ≤ 2,5 µm) ha mostrato la più forte correlazione: l’odds ratio per il glaucoma è pari a 1,70, ossia un aumento del 70 % delle probabilità di sviluppare la patologia. Inoltre, è emerso un chiaro dose-response, con un rischio crescente al crescere della concentrazione di PM2.5.
Meccanismi fisiopatologici proposti
Gli autori ipotizzano che il PM2.5 possa favorire lo stress ossidativo, la neuroinfiammazione e la disfunzione microvascolare del nervo ottico. Questi processi potrebbero danneggiare le cellule gangliari retiniche, compromettendo la pressione intraoculare e accelerando la perdita di fibre nervose.
Cataratta e particolato fine: un legame più tenue ma significativo
Per la cataratta, il PM2.5 è associato a un hazard ratio di 1,04, indicando un aumento del 4 % del rischio nel tempo. Il cristallino è particolarmente vulnerabile allo stress ossidativo, che può alterare le proteine cristalline e ridurne la trasparenza. Gli studi inclusi suggeriscono, ma non confermano, differenze eterogenee tra le subtipologie di cataratta (nucleare, corticale, sottocapsulare posteriore), suggerendo la necessità di analisi più dettagliate.
Ozono e degenerazione maculare legata all’età
L’esposizione all’ozono è collegata a un hazard ratio di 1,14 per l’AMD, corrispondente a un incremento del 14 % dell’incidenza. Il metabolismo elevato della retina e la sensibilità dell’epitelio pigmentato retinico rendono plausibile l’azione di stress ossidativo e infiammazione indotti dall’ozono, compromettendo la perfusione coroideale.
Non sono state riscontrate associazioni statisticamente significative per PM10, NO₂ e SO₂. Le misure riportate (OR, HR) riflettono relazioni relative e non definiscono un aumento assoluto del rischio, né provano una causalità diretta.
Limiti metodologici e prospettive di ricerca
Gli autori sottolineano la natura osservazionale dei lavori, la concentrazione geografica delle coorti (principalmente Regno Unito e Asia orientale) e le differenze nella stima dell’esposizione. Per confermare i risultati, sono richiesti studi prospettici multicentrici con misurazioni standardizzate, classificazioni cliniche più precise e un controllo rigoroso di fattori confondenti quali età, fumo, condizioni socio-economiche, diabete, ipertensione ed esposizioni professionali. Coorti provenienti da aree ad alta concentrazione di PM2.5 sarebbero particolarmente utili.
Il dott. Alnabihi invita gli oftalmologi a partecipare al dibattito sulle politiche di qualità dell’aria, collaborando con cardiologi, pneumologi ed epidemiologi. La prevenzione della vista, infatti, non può limitarsi a diagnosi e terapia, ma deve includere la tutela dell’ambiente in cui viviamo.
