Il caso che ha tenuto banco nei tribunali italiani negli ultimi mesi vede protagonista Ilaria Salis europarlamentare del partito AVS. Una sentenza di primo grado, emessa a marzo, la aveva costretta a versare oltre 300 000 euro a due ex collaboratori, Valentina Dadda e François Gelmetti, con la motivazione di un licenziamento ritenuto ingiustificato. La notizia più recente, tuttavia, ha ribaltato la situazione: la corte d’appello di Milano ha dichiarato nulla la decisione di primo grado, facendo scattare il ritorno della controversia al tribunale.
Il provvedimento di primo grado e la condanna da 300 000 euro
Nel contenzioso originale, i due ex assistenti avevano chiesto il risarcimento per il cosiddetto “recesso anticipato” dei contratti autonomi, sostenendo che il licenziamento non avesse avuto una giusta causa. Il giudice di primo grado aveva accolto la domanda, imponendo a Ilaria Salis il pagamento di un indennizzo mensile che, sommato, superava i 300 000 euro. La sentenza, oltre a fissare l’importo, prevedeva il pagamento delle spese legali da parte della parlamentare.
Le ragioni dell’annullamento: difetto di notifica e violazione del contraddittorio
La difesa, guidata dagli avvocati Federico Manfredi e Chiara Romeo, ha sostenuto che la notifica del ricorso non era mai avvenuta. Secondo loro, l’ufficiale giudiziario aveva tentato un unico recapito all’indirizzo conosciuto di Salis, ma la parlamentare, per gran parte dell’anno, risiede all’estero e non era presente all’abitazione indicata. Questo errore ha generato una contumacia inconsapevole privata la difesa del diritto di contraddittorio e,
Il collegio, presieduto dalla giudice Silvia Marina Ravazzoni, ha ritenuto che la mancata notifica costituisse un vizio processuale talmente grave da rendere nullità della sentenza fin dall’inizio. La decisione è stata così formulata: “accertata la nullità della notifica del ricorso, si dichiara nulla la sentenza del Tribunale di Milano, sezione lavoro, e si rimette la causa al primo giudice, compensando le spese del duplice grado”.
Il ruolo della contumacia nella decisione
L’appello ha evidenziato che la “contumacia” di Salis non era volontaria, ma conseguenza di una notifica inesistente. Poiché la procedura non aveva garantito il rispetto del principio di contraddittorio la condanna era stata emessa in assenza della parte interessata, violando uno dei capisaldi del diritto processuale romano-germanico.
Prospettive future: ritorno al tribunale e possibili impatti economici
Dopo l’annullamento, la causa è nuovamente nelle mani del Tribunale di Milano sezione lavoro, dove dovrà essere riesaminata nel merito. I due ex collaboratori hanno ora sei mesi di tempo per decidere se presentare un nuovo ricorso. Nel frattempo, la corte d’appello ha disposto il rimborso delle spese legali sostenute da Salis per ambedue le fasi processuali.
Dal punto di vista economico, gli avvocati di Salis hanno sottolineato che un’estrema somma di 300 000 euro potrebbe mettere a dura prova la sua capacità patrimoniale, considerando che il suo reddito netto come europarlamentare si aggira intorno ai 7.800 euro mensili, con dichiarazioni fiscali che riportano un reddito complessivo di 5.625 euro nel 2024 e 4.485 euro nel 2023. La difesa ha quindi evidenziato il rischio di azioni esecutive sproporzionate rispetto al suo reale patrimonio.
In risposta, la parlamentare ha dichiarato: “Accolgo con soddisfazione la decisione della Corte d’appello di Milano, che ha riconosciuto la nullità della sentenza di primo grado. Fin dall’inizio non sono stata informata del procedimento e non ho potuto esercitare il diritto di difesa; il giudizio si è svolto nella mia totale assenza, una situazione surreale”. Il prossimo capitolo del contenzioso dipenderà dalla strategia dei due ex assistenti e da eventuali nuove richieste di risarcimento.


