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Svalutazione del lavoro: una forma silenziosa di violenza nella sanità italiana

Una ricerca rivela che la violenza nella sanità va oltre gli insulti: la svalutazione costante colpisce un operatore su sei, mentre i meccanismi di risposta restano deboli.

Una recente indagine europea, coordinata dall’Istituto Superiore di Sanità nell’ambito del progetto BRAVE-WOW ha analizzato le esperienze di oltre 2.100 professionisti sanitari in Italia. I risultati mettono in luce che la violenza non si limita a episodi isolati di aggressione verbale: si tratta di fenomeni pervasivi, spesso invisibili, che influenzano il benessere quotidiano di chi lavora negli ospedali, nelle residenze e nei centri di assistenza.

Violenza verbale e psicologica: i dati dell’indagine

Il 68,1% degli intervistati ha riferito di aver assistito almeno una volta a violenze verbali sul posto di lavoro, mentre il 65,7% segnala forme di violenza psicologica. Tra le manifestazioni più frequenti troviamo insulti, urla e pressioni gerarchiche, ma è la svalutazione sistematica del lavoro a emergere come la forma più cronica: il 16,3% dei partecipanti la riferisce come esperienza ricorrente, con picchi del 19,3% negli ospedali.

Svalutazione del lavoro, la violenza silenziosa più diffusa

Questa forma di abuso si caratterizza per la continua delegittimazione delle competenze professionali, la mancanza di riconoscimento e la messa in dubbio costante delle decisioni operative. La ricerca indica che un operatore su sei è vittima regolare di questo fenomeno, che si radica in pratiche quotidiane percepite come normali proprio perché ripetute nel tempo. Il sovraccarico di lavoro e il sovraffollamento sono stati indicati come cause primarie da 54,3% dei rispondenti.

Chi alimenta la violenza: superiori, familiari e colleghi

Quando si indaga sulla provenienza degli episodi, 37,9% dei professionisti indica un superiore gerarchico come figura coinvolta; questa percentuale sale al 43,2% negli ospedali. I familiari dei pazienti costituiscono la seconda fonte più citata (25,2%), seguiti da colleghi (24,4%) e pazienti stessi (21,1%). Il dato sottolinea che la violenza non è limitata ai contatti con l’esterno, ma è radicata anche nelle relazioni interne all’organizzazione.

Segnalazione, percezione di risposta e servizi di supporto

Più della metà degli intervistati (52,7%) ritiene di poter parlare apertamente con la dirigenza riguardo a situazioni di disagio, ma solo 39,2% percepisce una risposta efficace da parte dell’organizzazione. Le misure preventive sono riconosciute da appena 31,9% dei partecipanti. Per quanto riguarda i servizi di sostegno, solo 20,8% segnala la disponibilità di supporto psicologico con percentuali ancora più basse per il personale dedicato alla gestione degli episodi (18,7%), il counselling (18,3%) e l’assistenza legale (16,1%).

Il ruolo del genere nella percezione della violenza

Il 56% di chi ha subito violenze o molestie attribuisce almeno parzialmente l’accaduto al proprio genere una percentuale nettamente superiore a quella rilevata in Spagna (39%), Portogallo (35%) e Slovenia (30%). Tuttavia, solo il 7,3% riconosce che la violenza e le molestie siano strutturalmente legate al genere all’interno dell’organizzazione. Le opportunità professionali sono anch’esse influenzate: 21,3% dei partecipanti denuncia di aver perso una promozione o un aumento rispetto a colleghi di altro genere, percentuale che sale al 24,9% negli ospedali.

La svalutazione del lavoro emerge come la forma più pervasiva di violenza psicologica, alimentata da un contesto di sovraccarico e da dinamiche gerarchiche volte a delegittimare i professionisti. Riconoscere questi pattern è il primo passo verso politiche di prevenzione più concrete e un sostegno psicologico realmente attivo per il personale sanitario.

Scritto da Camilla Pellegrini

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