L’ictus ischemico arterioso nei neonati è una condizione rara ma grave, stimata in circa un bambino ogni duemila nati. Si verifica quando un vaso cerebrale si ostruisce, spesso a causa di un embolo originato dalla placenta. Nonostante l’età materna avanzata o la prematurità non rappresentino fattori di rischio, le complicazioni durante il parto e una placenta predisposta alla formazione di trombi aumentano notevolmente la probabilità dell’evento.
Il professor Luca Ramenghi, responsabile della Patologia Neonatale e della Terapia Intensiva Neonatale presso l’IRCCS Istituto Giannina Gaslini di Genova e docente all’Università di Genova, è tra gli esperti che sottolineano l’importanza di una diagnosi tempestiva per migliorare le prospettive di recupero.
Fattori di rischio e meccanismo dell’ictus neonatale
Il processo patologico parte tipicamente da un coagulo che, viaggiando dalla placenta, raggiunge l’arteria cerebrale del neonato. Questa ostruzione vascolare interrompe l’apporto di ossigeno e di nutrienti, provocando una lesione ischemica. Le situazioni più a rischio includono sanguinamenti intrapartum, uso di strumenti di assistenza al parto e anomalie placentari note per favorire la formazione di trombi.
Incidenza e popolazione colpita
Con un’incidenza di circa 1 su 2000 nascite, l’ictus neonatale interessa principalmente i bambini a partire dalla 35ª settimana di gestazione, quando il cervello ha raggiunto una maturità tale da renderlo più vulnerabile a danni estesi. Nei prematuri, la lesione tende a coinvolgere vasi più piccoli, con conseguenze motorie spesso meno gravi, ma la sorveglianza neonatale intensiva permette di diagnosticare l’evento precocemente grazie a ecografie craniche e, in alcuni centri, a risonanze magnetiche.
Segnali clinici e tempistiche della diagnosi
Le manifestazioni dell’ictus dipendono dall’area cerebrale colpita. In molti casi i sintomi sono sottili e si manifestano solo dopo settimane o mesi: i genitori possono notare una differenza nell’uso delle mani, la tendenza a posizionare il braccio vicino all’addome durante il movimento o difficoltà nel camminare. Quando l’evento si verifica nei primi giorni di vita, è più frequente l’insorgenza di apnee, convulsioni o movimenti ripetitivi degli arti, che spingono i medici a richiedere approfondimenti neuro-radiologici.
Riconoscere i sintomi tardivi
Un segnale chiave è la asimmetria motoria: se il bambino usa una mano con minor destrezza o sembra “tirare” un braccio verso il tronco, è opportuno rivolgersi al pediatra. Anche la difficoltà nel tenere l’equilibrio, la preferenza per un lato durante la corsa o il ritardo nello sviluppo motorio globale possono indicare una lesione cerebrale pregressa.
Importanza di un intervento precoce e prospettive terapeutiche
Una diagnosi tempestiva permette di avviare una riabilitazione mirata, fondamentale perché il cervello neonatale conserva una notevole plasticità. Normalmente l’emisfero sinistro governa la parte destra del corpo e viceversa; così, un danno all’emisfero destro può essere compensato attraverso esercizi che stimolano l’emisfero sinistro, consentendo al bambino di recuperare la mobilità del lato sinistro del corpo.
Il reparto stroke dell’Istituto Giannina Gaslini propone percorsi terapeutici personalizzati, includendo il monitoraggio delle possibili crisi epilettiche, che sono frequenti nei neonati colpiti. Attualmente non esistono farmaci specifici per l’ictus perinatale, ma numerosi studi stanno valutando l’uso delle cellule staminali somministrate entro pochi giorni dalla lesione, con l’obiettivo di favorire la rigenerazione delle regioni cerebrali ischemiche.
Promuovere una cultura clinica che incoraggi l’uso della risonanza magnetica in presenza di fattori di rischio è essenziale per ridurre il ritardo diagnostico e aumentare le probabilità di recupero funzionale. La collaborazione tra neonatologi, radiologi e fisioterapisti costituisce il pilastro di una strategia efficace contro l’ictus neonatale.
