La mattina del 5 settembre 2022 Francesca Rossini, 49 anni, era alla sua postazione di lavoro a Bologna quando il suo cuore si è fermato all’improvviso. Quel giorno è rimasto un vuoto nella memoria: al suo risveglio non ricordava l’accaduto né riconosceva i suoi cari. Dietro a questa improvvisa emergenza c’è una catena di salvataggio umana e medica che le ha permesso di sopravvivere e di ricostruire la quotidianità.
Nella biografia che ha deciso di condividere pubblicamente, emergono i dettagli clinici e personali che hanno segnato quel periodo: il ruolo determinante dei colleghi nell’immediato soccorso, i tre giorni di coma, le prognosi iniziali infauste e il percorso di recupero fisico ed emotivo che ne è seguito. Questa vicenda non riguarda solo un singolo episodio medico, ma anche il valore della prontezza d’intervento e del supporto familiare.
L’arresto cardiaco in ufficio e i tre giorni di coma
Francesca si trovava in banca, dove lavora occupandosi di comunicazione ed eventi, quando si è accasciata sulla scrivania. I suoi colleghi intervennero rapidamente: la testimonianza precisa che erano riusciti a mantenere la circolazione con il massaggio cardiaco fino all’arrivo dell’ambulanza. I medici, davanti alla gravità della situazione, comunicarono al marito Simone che esisteva solo un dieci per cento di possibilità di risveglio. Il coma è durato tre giorni, un intervallo che ha segnato il confine tra la vita e l’incertezza per la famiglia.
Conseguenze immediate e interventi
Al termine del ricovero ospedaliero di circa un mese, i clinici hanno provveduto all’impianto di un defibrillatore sottocutaneo e hanno prescritto un periodo di riposo assoluto. Francesca descrive quei primi giorni come permeati da una stanchezza profonda, da una debolezza fisica e da emozioni offuscate: sensazioni che richiedono tempo per essere elaborate e che testimoniano l’impatto dell’arresto cardiaco sull’equilibrio psicofisico.
Il lento ritorno alla vita quotidiana e la paura di ricominciare
Dopo la dimissione, Francesca ha affrontato un periodo di riabilitazione che ha combinato fisioterapia e sedute di logopedia per recuperare la forza fisica e la chiarezza nel linguaggio. Pur provando una naturale diffidenza verso le attività prima ritenute normali, ha avvertito anche l’urgenza di riprendere le redini della sua vita: lavora part time, è madre di due figli, Alessandro e Alice, rispettivamente di 15 e 12 anni, e svolge attività di volontariato in ambito sociale con Amnesty International. Questi ruoli hanno contribuito a darle uno scopo concreto per riorientarsi dopo la malattia.
Il percorso di reinserimento ha incluso piccoli passi simbolici e concreti: con il consenso medico è tornata a partecipare a eventi sociali e a viaggiare, pur con apprensione legata alla presenza del defibrillatore e alle emozioni intense. Ricorda in modo significativo di aver voluto rivedere i colleghi durante il periodo natalizio, per ringraziarli e per riconnettersi a chi l’aveva salvata; tuttavia il giorno dell’arresto resta per lei «un buco nero» nella memoria.
L’elaborazione attraverso la testimonianza
La decisione di raccontare pubblicamente la propria esperienza è nata dall’incontro con professionisti della Fondazione Irc – Italian Resuscitation Council ETS, che offrono assistenza e supporto alle persone sopravvissute a un arresto cardiaco e alle loro famiglie. Partecipare a un progetto video le ha permesso di rielaborare l’accaduto con calma: davanti alle telecamere ha rivissuto il risveglio dal coma e il graduale ritorno alla normalità, trasformando la paura in gratitudine e liberando emozioni represse.
Oggi Francesca mantiene controlli medici regolari e ha adottato uno stile di vita orientato alla salute. Più che la ripresa fisica, quello che segnala come profondamente mutato è il suo rapporto con il tempo e con se stessa: una maggiore attenzione nell’ascoltare il proprio corpo e la consapevolezza del valore di ogni battito.
Persone e luoghi della vicenda
La vicenda ha radici precise: Francesca vive a Bologna con il marito Simone e i figli Alessandro e Alice. La Fondazione Irc è l’ente che ha sostenuto il progetto di condivisione della sua esperienza, mentre il regista coinvolto nella realizzazione del documentario è Edoardo Palma. Questi elementi ancorano la storia a volti, persone e istituzioni reali che hanno contribuito al percorso di recupero.
La sua storia mette in luce quanto la tempestività degli interventi e il supporto sociale siano determinanti per la sopravvivenza e per la qualità del recupero dopo un arresto cardiaco. Racconti come quello di Francesca servono anche a ricordare l’importanza della formazione alle manovre di primo soccorso e della presenza di reti di supporto per chi affronta simili emergenze.
