Miti e asana: le storie dietro le posizioni dello yoga

Un percorso narrativo tra divinità, eroi e simboli che illumina l'origine di molte posizioni yoga e i temi filosofici che le attraversano

Lo yoga moderno, spesso vissuto come sequenza di movimenti e respiro, porta con sé un patrimonio narrativo antico. In numerosi casi i nomi delle posizioni alludono a personaggi e creature delle tradizioni indiane: per esempio Vīrabhadrāsana (la postura del guerriero), Hanumānāsana (spesso chiamata in modo impreciso postura della scimmia) e Kūrmāsana (la postura della tartaruga). Queste denominazioni non sono meri ornamenti: nascondono racconti che collegano il corpo al simbolo e alla memoria collettiva.

Nel libro di Devdutt Pattanaik, realizzato assieme al praticante di lunga data Matthew Rulli, vengono raccolte e raccontate molte di queste storie. Attraverso la narrazione di sessantaquattro āsana, l’opera mette in luce come la mitologia dell’induismo, del buddhismo e del giainismo abbia fornito le immagini con cui gli insegnanti e i praticanti interpretano il movimento, il senso e l’intento della pratica.

Le radici simboliche degli āsana

Dietro ogni etichetta si trova un mondo di significati: il nome di una postura rimanda spesso a un episodio, a una qualità di un eroe o a una lezione morale. Il termine āsana indica originariamente una postura stabile e comoda, ma nel corso dei secoli ha accumulato riferimenti poetici e spirituali. Le figure mitiche agiscono come archetipi: un guerriero può simboleggiare determinazione, una tartaruga la ritirata protettiva dell’interiorità, e una scimmia la lezione sulla mobilità della mente.

Figure e simboli

Le storie dietro le posizioni spesso evocano divinità, santi o animali che incarnano qualità morali o cosmiche. Ad esempio, Hanumān è ricordato non solo per la forza fisica ma soprattutto per la fedeltà e il servizio disinteressato; queste qualità diventano lente interpretativa per chi pratica Hanumānāsana. Allo stesso modo, Vīrabhadra è collegato all’atto sacro della lotta trasformativa, così la postura del guerriero può essere vista come esercizio di coraggio interiore oltre che di equilibrio muscolare.

Perché i miti arricchiscono la pratica

Raccontare un mito non è un semplice gesto culturale: è un modo per inserire la pratica in una trama più ampia. Le storie portano con sé valori e prospettive che danno senso al gesto fisico, trasformando una sequenza in una memoria corporea. Lo studio narrativo degli āsana permette di comprendere come il movimento diventi ponte tra esperienza sensoriale e riflessione etica, collegando il respiro a concetti come la rinascita, la liberazione e l’empatia.

Dal racconto al mat

Quando un insegnante introduce un mito durante una lezione, l’allievo non riceve solo un’immagine: acquisisce un punto di vista su come muoversi e perché. Il racconto può invogliare a esplorare un’aspetto psicologico o etico della postura, trasformando la pratica in una palestra per l’anima oltre che per il corpo. In questo senso, le storie sono strumenti di interpretazione che amplificano l’effetto trasformativo degli esercizi.

Temi ricorrenti e lezioni permanenti

Analizzando sessantaquattro postazioni, emerge una rete di temi che attraversano la tradizione: l’idea di eternità come ciclo, la rinascita come possibilità di cambiamento, la liberazione come meta spirituale e l’empatia come pratica sociale. Questi concetti non sono elementi astratti, ma vengono incarnati nelle immagini che accompagnano le posizioni. Conoscere i miti significa quindi avere chiavi di lettura per interpretare la propria esperienza sul tappetino e oltre.

In definitiva, il lavoro di Devdutt Pattanaik e Matthew Rulli offre una mappa narrativa che aiuta a leggere le posizioni in una prospettiva culturale e filosofica. Le storie che sostengono gli āsana rendono visibile il legame tra gesto e significato, invitando alla pratica consapevole e al riconoscimento delle radici profonde che continuano a nutrire lo yoga contemporaneo.

Scritto da Staff

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