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NEET in Italia: trend dal 2015 al 2026 e obiettivi UE

I giovani NEET in Italia sono diminuiti, ma restano 1,2 milioni: ecco le ragioni e le sfide europee.

Il <strong>NEET</strong> è un acronimo nato alla fine degli anni ’90 nel Regno Unito, con i primi report della Social Exclusion Unit. Indica i giovani tra i 15 e i 29 anni che non studiano, non lavorano e non partecipano a percorsi di formazione. Successivamente la definizione è stata approfondita da studiosi giapponesi, tra cui Yuji Genda e Katsuhiko Fujimori che l’hanno inserita nel dibattito internazionale sulla disoccupazione giovanile.

Origine del termine e definizione europea

In tutta Europa il concetto è stato adottato per monitorare l’inattività giovanile e per guidare le politiche di inclusione. La European Commission lo utilizza nei report di Eurostat dove viene distinto da altre categorie di disoccupazione perché comprende anche chi non è iscritto a nessun percorso formativo.

Dati italiani: evoluzione dal 2015 al 2026

In Italia la percentuale di NEET è passata dal 25,7 % nel 2015 al 13,3 % nel 2026, ma il numero assoluto di giovani inattivi rimane elevato: si contano circa 1,2 milioni di persone nella fascia d’età 15-29. Questo calo percentuale nasconde una realtà complessa, dove la diminuzione è dovuta sia a politiche attive sia a cambiamenti demografici.

Composizione dei giovani NEET

Analizzando la popolazione NEET, il 35 % è classificato come disoccupato in cerca di lavoro, il 33,3 % non è immediatamente disponibile per motivi personali o familiari, mentre il 31,7 % resta completamente inattivo, senza alcuna attività di ricerca occupazionale. Una quota rilevante di questi ultimi ricopre il ruolo di caregiver informale assistendo familiari anziani o non autosufficienti, fattore che limita fortemente la loro capacità di accedere al mercato del lavoro.

Obiettivi UE per il 2030 e prospettive per l’Italia

L’Unione Europea ha fissato il traguardo di ridurre la quota di NEET al di sotto del 9 % entro il 2030. Per l’Italia ciò significherebbe l’ingresso (o il rientro) di circa 380 mila giovani nel mercato del lavoro, con potenziali benefici per la produttività e per la crescita del PIL nazionale. Raggiungere questo obiettivo richiede il potenziamento delle politiche attive, tra cui i programmi di Garanzia Giovani mirati a migliorare l’occupabilità, le competenze professionali e la fiducia nei confronti delle istituzioni.

Scritto da Emanuele Galli

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