Percorso clinico e novità terapeutiche per le persone con hiv in Italia

In Italia più di 140 mila persone convivono con l'hiv; questo articolo descrive il percorso di presa in carico, la strategia terapeutica iniziale, i controlli nel tempo e le novità della ricerca clinica che possono migliorare aderenza e qualità di vita

In Italia oltre 140.000 persone vivono con l’HIV; di queste, circa 10.000 non sanno ancora di essere positive. L’incidenza attuale è intorno a 4 nuove diagnosi ogni 100.000 abitanti. Oggi l’infezione è largamente gestibile grazie a terapie antiretrovirali efficaci, ma perché i risultati siano duraturi servono percorsi clinici ben coordinati e controlli regolari. La diagnosi tempestiva e l’adesione alle cure restano i fattori decisivi per ottenerne la soppressione virale e per contenere i costi sanitari nel lungo periodo.

Presa in carico integrata
La qualità del modello di presa in carico incide direttamente sugli esiti: una rete che coinvolga ospedale, medico di medicina generale e servizi di prevenzione (come PrEP e PEP) riduce i casi non diagnosticati e previene complicanze a distanza di anni. Il coordinamento tra i diversi livelli assistenziali e un monitoraggio costante sono le leve principali per migliorare la salute delle persone coinvolte.

Accesso rapido e prime scelte terapeutiche
I protocolli prevedono generalmente una prima visita specialistica entro 48 ore dalla segnalazione. In quell’incontro si completano gli esami diagnostici, si attiva l’esenzione per patologia cronica quando indicata e si avvia la terapia antiretrovirale. L’obiettivo immediato è contenere rapidamente la replicazione virale, riducendo così il rischio di trasmissione. Avviare la terapia in tempi brevi migliora gli esiti clinici e limita la diffusione dell’infezione.

Strategia iniziale e test di resistenza
Dopo l’inizio della terapia si eseguono controlli virologici routinari e test di resistenza, che svolgono la stessa funzione di un antibiogramma per i batteri: confermano la scelta terapeutica o segnalano la necessità di modificarla. Questi test sono utili non solo per il singolo paziente, ma anche per ottimizzare le risorse a livello sanitario, riducendo interventi inefficaci e costosi.

Follow-up e adattamento alla vita quotidiana
La sorveglianza virologica rimane il fulcro del follow-up. I primi controlli sono fissati dopo il primo mese di terapia, poi ogni tre mesi fino alla stabilizzazione; quando la situazione è stabile, gli intervalli possono allungarsi fino a ogni due anni. Per molte persone la terapia può durare tutta la vita, salvo cambiamenti dovuti a interazioni farmacologiche o effetti collaterali che ne compromettano tollerabilità o efficacia.

Aderenza e qualità di vita
L’aderenza è l’elemento chiave per mantenere la soppressione virale e ridurre il rischio di resistenze. I regimi odierni sono molto più semplici rispetto agli anni Ottanta e Novanta, ma l’assunzione regolare resta essenziale. Per diminuire il peso psicologico e le dimenticanze sono disponibili opzioni come le terapie long acting: iniezioni a rilascio prolungato, somministrate in genere ogni due mesi, rivolte a pazienti in fase di mantenimento virologico e accuratamente selezionati. La scelta del regime terapeutico va personalizzata considerando comorbilità, farmaci concomitanti e preferenze della persona: regimi meno complessi migliorano spesso l’aderenza senza compromettere l’efficacia.

Rischi a lungo termine e prevenzione delle comorbilità
Anche con farmaci ben tollerati, l’assunzione cronica richiede controlli mirati su funzione renale ed epatica, profilo lipidico e screening cardiovascolare più attento rispetto alla popolazione generale. Alcuni farmaci possono provocare insonnia o disturbi gastrointestinali in una minoranza di pazienti. Il termine comorbilità indica la presenza di altre malattie che influenzano prognosi e scelte terapeutiche: per questo il follow-up a lungo termine è fondamentale per definire strategie preventive sempre più efficaci.

Infiammazione sistemica e screening oncologici
Anche con viremia soppressa, molte persone convivono con uno stato di infiammazione sistemica di basso grado, che aumenta il rischio di eventi cardiovascolari e di alcune neoplasie. Per questo motivo gli specialisti tendono a proporre programmi di screening più stringenti, soprattutto per le neoplasie associate a HPV. In alcuni profili di rischio si valutano interventi preventivi, come l’impiego precoce di statine per mitigare il rischio cardiovascolare: un monitoraggio mirato migliora l’individuazione precoce delle comorbilità e permette interventi tempestivi.

Prevenzione: PrEP e PEP
Gli antiretrovirali sono usati anche per prevenire l’infezione. La PrEP (profilassi pre-esposizione) si rivolge a persone HIV-negative a rischio e si basa su una compressa che contiene due farmaci antiretrovirali; la sua prescrizione è accompagnata da test ravvicinati per individuare altre infezioni sessualmente trasmesse. La PEP (profilassi post-esposizione) è un trattamento di quattro settimane da avviare il prima possibile dopo un’esposizione a rischio: l’efficacia supera il 90% se iniziata entro 48 ore. Durante la PEP sono necessari controlli clinici e di laboratorio per verificare tollerabilità e aderenza; le linee guida la raccomandano in caso di esposizioni professionali (per esempio punture) e in rapporti sessuali ad alto rischio, valutando la carica virale del partner e altri fattori di rischio recenti.

Novità dalla ricerca: semplificazione e vaccini
Negli studi clinici più recenti è stata valutata una monocompressa che combina bictegravir e lenacapavir. In uno studio multicentrico su oltre 550 partecipanti in 15 Paesi, quasi il 96% di chi ha cambiato regime ha mantenuto la soppressione virale (meno di 50 copie/ml) senza evidenza di resistenze emergenti; il profilo di tolleranza è risultato favorevole e molti hanno mostrato una riduzione dei picchi lipidici. Questa semplificazione può aiutare l’aderenza, soprattutto nelle persone anziane o con comorbilità.

Presa in carico integrata
La qualità del modello di presa in carico incide direttamente sugli esiti: una rete che coinvolga ospedale, medico di medicina generale e servizi di prevenzione (come PrEP e PEP) riduce i casi non diagnosticati e previene complicanze a distanza di anni. Il coordinamento tra i diversi livelli assistenziali e un monitoraggio costante sono le leve principali per migliorare la salute delle persone coinvolte.0

Scritto da Staff

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